La lettera di Michele e la risposta che avrebbe dato Parise

Il caso del rabbioso addio per iscritto del trentenne suicida fa riflettere sulla malattia del nostro tempo: il narcisismo di massa

Fra il 1974 e il 1975 sul Corriere della Sera lo scrittore vicentino Goffredo Parise tenne una rubrica delle lettera intitolata “Parise risponde”. Com’è buona regola, non replicava a quelle anonime. Fece eccezione per una inviata da una persona che parlava del suicidio. Del suo suicidio. L’autore dei “Sillabari” rispose così: «Mi dispiace molto che lei non abbia firmato la sua lettera. Avrei tenuto nascosto il suo nome ma l’avrei cercata, per telefono, una mattina presto, all’alba, per chiederle che tempo fa nel luogo dove lei abita e per farmelo descrivere nei dettagli. Quei dettagli che, messi insieme, fanno le ore, il giorno, gli anni e la vita che ci è dato da vivere (qualunque essa sia, sempre bella appunto perchè imprevedibile come il tempo) e che è tutto, dico tutto, quello che abbiamo».

Parise esortava quel lettore, evidentemente sfiduciato, abbattuto, depresso, a ritrovare lucidità e spinta interiore riconnettendosi alla realtà elementare attorno a lui. A cominciare dal tempo atmosferico, quanto di meno controllabile ci sia da questo niente che è l’uomo. Leggendo la lettera d’addio del grafico trentenne di Udine Michele, che i genitori hanno fatto benissimo a rendere pubblica, ci hanno colpito due cose. Una è la denuncia sociale che contiene: la vita da precario, le aspettative frustrate, il senso di ingiustizia (con la sua bella parte d’invidia che si porta sempre appresso), l’instabilità permanente che rende insicuri e ostili. L’altra è l’emersione di un risentimento covato in solitudine, una ricerca infantile di piacere (sic) contrapposto all’obbligo, una pretesa (sic) di lavorare, essere amato (amare no?), riconosciuto, avere il massimo e non il minimo (perchè non il giusto, l’adeguato, il sufficiente?), un individualismo sfrenatamente portato alle estreme, dostoevskjiane conseguenze («Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri (…) Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino»), un disincanto tale da accecare e far perdere l’interesse, oltre che per sè, anche per il mondo intero, in un menefreghismo rivendicato e onesto («le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare»).

Di cosa si sarebbe potuto parlare con Michele, ammesso e non concesso si avesse diritto a distoglierlo dal suo intento suicida? Non sappiamo rispondere. Rispetto per chi soccombe, pietà per lo sconfitto – dalla vita. Ai tanti Michele o potenziali Michele in circolazione, però, vorremmo dire che li capiamo e hanno tutte le ragioni. Tranne una: non sono al centro dell’universo, nessuno di noi lo è, quindi le loro frustrazioni, le loro sofferenze, i loro tormenti solitari potrebbero acquistare quel senso che tanto cercano se uscissero un po’ da loro stessi e canalizzassero quell’energia rabbiosa fuori dalla gabbia in cui si rinchiudono. Investendola, ad esempio, per lottare contro i ministri che non valorizzano i poveri «stronzi» come loro. E anche per vincere il proprio narcisismo, abito mentale di questa società di bambini mai cresciuti.

(ph: https://www.vocedinapoli.it)