Meno preti, più casi “anomali”? Una modesta proposta

La vicenda del padovano don Contin ha indotto a interrogarsi sul sistema seminaristico. E sui controlli insufficienti

Dopo che avremo scovato tutto quello che di osceno avveniva dalle parti di (don) Andrea Contin; quando avremo finito (?) di concionare sul celibato dei preti (perché quello dei frati e delle suore interessa quasi niente?); una volta che ci sarà venuta a noia la storia del ricatto hard all’innominato sacerdote vicentino, forse non guarderemo più il dito ma i problemi veri.

Cominciando magari da una prima, semplice domanda: perché tra il clero sono in aumento i casi “anomali” proprio quando il numero dei preti è da tempo in drastica diminuzione? Ancora sessanta anni fa se ne infornavano quaranta/cinquanta per volta e la stragrande maggioranza rigava sostanzialmente dritto fino alla fine. Evidentemente il sistema educativo rigidissimo e la selezione impietosa funzionavano, nonostante tutti i difetti e i dolori che si portavano dietro. E funzionava pure il sistema di controllo, di valutazione e di sostegno presente lungo tutta l’esperienza di vita sacerdotale.

Adesso che si fa festa in cielo quella volta che si ordinano cinque/sei nuovi preti all’anno, rifacciamo la domanda: tenuto conto dei nuovi sistemi educativi più ricchi e più aperti, meno dottrinari e più biblico-pastorali; tenuto conto dei supporti sempre più raffinati che offrono le scienze umane, non dovrebbe essere più agevole “pesare” cinque o sei seminaristi individuando per tempo, che so, le tendenze criminogene del tale o i segnali di evidente inadeguatezza del talaltro al compito cui sarebbe destinato? In una parola: che cosa non funziona nel “sistema” seminaristico attuale, sempre che un “sistema” ci sia? E come intervenire, una volta escluso ogni antistorico ritorno ai sistemi antichi?

Il problema della carenza di preti se ne porta dietro un altro: da alcuni anni a questa parte si è fatto fronte alla diminuzione del clero mediante l’accorpamento delle varie parrocchie in “unità pastorali”. In pratica le incombenze di molti sono state caricate sulle spalle di pochi: un parroco si può ritrovare a gestire quattro parrocchie invece di una, con gli infiniti problemi pastorali e organizzativi che ne conseguono.

Non basta però unificare gli ambiti parrocchiali: è necessario accorpare anche i preti e farli vivere insieme in una sorta di canonica/monastero a livello di Vicariato. Alla mattina “timbrano” e ciascuno poi va a lavorare nella vigna anche a trenta km di distanza. Una sera o due alla settimana cessano tutte le attività esterne e la comunità si riunisce per pregare insieme e per discutere i vari problemi. Nelle camere dei singoli niente televisori, pc, tablet e smartphone. Ogni comunità vicariale avrebbe il suo “abate” in contatto diretto con il vescovo il quale potrebbe così incontrare più spesso e più agevolmente e più a lungo i singoli sacerdoti e conoscerne meglio doti e difficoltà.

Infatti se il caso di Padova ha evidenziato una carenza è stata la lentezza della reazione della curia e un certo suo smarrimento operativo e comunicativo. Spiace doverlo rilevare per un vescovo come mons. Cipolla, che ha fatto cose ottime sul versante della trasparenza economico-finanziaria, ma un “episcopos”, colui che guarda dall’alto e, quindi, ha la situazione sotto controllo, non deve avere solo l’odore delle pecore ma anche l’odore forte del pastore, di quello cioè che, aiutato da collaboratori capaci e fidati, difende con decisione e prontezza il suo gregge, tenendo lontani mercenari, malfattori e maniaci.

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