Fondazione Nordest, un Rapporto francamente inutile

Luci, ombre e omissioni del resoconto annuale sullo sviluppo del quadrante triveneto. Che ha ancora un futuro. A patto che…

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La presentazione di un rapporto annuale ha sempre una sua liturgia: con i ringraziamenti di rito, il compiacimento per il parterre di nomi più o meno illustri e l’accorta regia dell’evento. Così è avvenuto anche per il Rapporto di Fondazione Nord Est, la cui 17ma edizione è stata illustrata lo scorso 7 febbraio a Vicenza nella scenografica cornice palladiana di Palazzo Bonin Longare.

Sottraendosi alla ritualità, l’introduzione del presidente Francesco Peghin ha subito focalizzato i tratti salienti del Rapporto, riassumibili nella crescita lenta dell’economia dell’area (anche se, con il suo +1,1%, superiore alla media nazionale), nel rallentamento del suo export e nel preoccupante incremento dell’emigrazione giovanile. Cui il sistema delle imprese, e la società triveneta nel suo complesso, devono (e possono) reagire investendo sull’attrattività del territorio e recuperando fiducia e orgoglio nelle proprie capacità, «perché in questo contesto difficile sembriamo spesso non accorgerci delle positività che ci circondano».

E attrattività e fiducia sono le chiavi di lettura che si ritrovano lungo tutta la complessa analisi del documento. Il quale, pur nelle molte ombre e sofferenze che vengono evidenziate (ad esempio l’invecchiamento della popolazione, una tendenziale diminuzione del numero di residenti, lo scarto crescente tra imprese che sanno innovare, rigenerarsi e crescere e quelle che non riescono a farlo, e che anzi sprofondano in una crisi sempre più irreversibile), lancia una sorta di parola d’ordine: quello di una “ripartenza” possibile.

Una ripartenza che poggi non solo su una maggiore internazionalizzazione, ma – soprattutto – sullo sviluppo dell’impresa digitale (l’Industry 4.0), sulla società della conoscenza e il necessario corollario di una interazione strategica tra sistema delle imprese e nascente sistema universitario triveneto, nonché su forti investimenti nelle infrastrutture e nei servizi che favoriscano una decisa riqualificazione dell’offerta turistica.

Riqualificazione, questa, che a me sembra la chiave di volta della auspicata nuova attrattività: il che però implica l’emergere di una cultura imprenditoriale dell’hôtellerie, oggi fortemente deficitaria sia in Triveneto che nel resto del paese. Ma è proprio il Nord Est, e in particolare il Veneto, a vantare il primato della domanda turistica nazionale: per cui vincere qui la sfida di un modo diverso di intendere l’offerta di ospitalità, integrandola a monte e a valle con servizi qualificati per la mobilità e il comfort dei suoi fruitori, significa partecipare da protagonisti alla modernizzazione di un comparto economico che ha visto nell’ultimo decennio l’Italia perdere parecchie posizioni nella competizione con gli altri paesi europei.

Non è, ovviamente, solo un problema culturale, ma anche di investimenti e di gioco di squadra: che implica un deciso cambiamento di paradigma con il coinvolgimento meno effimero delle istituzioni regionali, per ora saldamente “ferme”, mi si perdoni l’irriverenza, alla promozione delle sagre paesane. Che fanno folclore, che (forse) portano voti, ma che nulla danno allo sviluppo di una moderna industria turistica.

È in termini quali “ripartenza” delle imprese e “riqualificazione” del territorio, in vari modi e più volte declinati nel Rapporto, che emerge netta l’impressione (ma è poi solo una impressione?) che il Nord Est cresce poco e male, e che non sia il ridimensionamento dell’export la vera emergenza. Che a me appare invece la mancanza di qualità della crescita e, nonostante l’ottimismo di facciata, la marginalità delle eccellenze imprenditoriali che pure esistono.
Vi è un che di incompiuto (o di perso) nel sistema economico e sociale del Nord Est. Come è incompiuto il Rapporto. Che offre raffinate analisi, che delinea scenari suggestivi, che indica la omologazione di tutto il Nord al modello nordestino della centralità della media impresa, che mette in luce ombre e debolezze. Ma che omette quelle più grandi, più devastanti, quelle che proprio il 2016 (l’anno che il Rapporto studia) ha fatto emergere in tutta la loro drammaticità.

Mi riferisco, ovviamente, al crollo di BpVi e di Veneto Banca, alla presenza di imprenditori di rango anche confindustriale nei loro poco “accorti” Consigli di amministrazione, alla cronica sottocapitalizzazione delle nostre imprese e quindi al loro eccessivo indebitamento con il sistema bancario. Che non ne abbia parlato il presidente Peghin nel suo intervento di apertura è comprensibile, se non altro per il ruolo istituzionale che egli ricopre nel raccordo tra le Confindustrie locali. Ma è stupefacente che il Rapporto nulla abbia avuto da dire in proposito: come se il tema del credito fosse ininfluente nella tenuta di un sistema economico; come se esso non rilevasse nella comunità sociale; come se la distruzione di risparmio (e di quale entità!) causata da quei crolli bancari non impattassero su quella fiducia che anche il Rapporto considera essenziale.

Dal team di ricercatori che lo hanno redatto mi attendevo maggior coraggio, e maggior rispetto per l’intelligenza dei fruitori delle loro analisi. Che senza un ragionamento sulle cause di quei dissesti bancari, sul perché essi siano potuti avvenire, sul male oscuro che le sottende, appaiono del tutto inutili, puro esercizio accademico. Perché questa (colpevole) autocensura? Riflettendoci, mi sono fatto un convincimento. Che il Rapporto 2017 non era destinato né alla stampa né agli analisti, ma solo all’establishment confindustriale del parterre.

Un Rapporto da archiviare velocemente come inutile, ma una giornata – quella del 7 febbraio – non del tutto da dimenticare. Perché accanto a un “establishment”, i cui componenti a poco a poco si defilavano dopo la comparsata, ci sono stati interventi di autentica classe dirigente. Mi riferisco a quello del Rettore dell’Università di Udine, De Toni, che ha lucidamente delineato il virtuoso legame che deve esistere tra sistema delle imprese e sistema della ricerca universitaria, e all’intervista-testimonianza (una vera e propria “lectio magistralis”) di Gianfelice Rocca, presidente di Techint e di Assolombarda. Il quale, definendo il Nord Est una «società sparpagliata», ha esortato i nostri imprenditori a non «avere personaggi mediocri nei Cda», a cambiare testa, a «non gestire spartitorie di potere», a guardare più avanti, a ragionare sul capitale umano e «sul ruolo che le università hanno nel mondo, perché non c’è Google senza Stanford». Già, perché per vincere le sfide servono «eccellenza e qualità maniacale».

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