Mani Pulite 25 anni dopo: duello Fini-Sallusti

Pubblichiamo lo scontro a colpi di penna tra Massimo Fini, firma del Fatto Quotidiano, e Alessandro Sallusti, direttore del Giornale. Mercoledì 8 febbraio, Sallusti scrive un articolo sul flop della celebrazione dei 25 anni dalle inchieste di Mani Pulite. Il 14 febbraio Fini, con un editoriale, gli risponde. E oggi Sallusti controribatte dalle pagine del suo quotidiano.

Caro Alessandro,
quando Cairo voleva entrare in Libero – direttore Feltri – mi chiese se volevo seguirlo. Risposi di no. Mi pregò allora di fargli il nome di qualche giornalista valido. Indicai te e Paolo Martini. Ti conoscevo da quando dirigevi La Provincia di Como per la quale mi chiedesti anche di collaborare. Avevo di te un’ottima opinione sia professionale che umana. Per questo mi è particolarmente spiacevole commentare il vergognoso pezzo che hai scritto per Il Giornale (8/2), godendo come un riccio perché alla celebrazione dei 25 anni dalle inchieste di Mani Pulite non c’era praticamente nessuno. Il tuo articolo dovrebbe essere pubblicato in toto perché sia reso evidente alla cittadinanza il cumulo di menzogne, di omissioni, di dimenticanze che metti in campo. Ma qui devo limitarmi ad alcuni excerpta.

1. Tu definisci quella di Mani Pulite una “sciagurata stagione” e Mani Pulite “la più violenta inchiesta giudiziaria nella storia della Repubblica”. 2. Parli dei suicidi in carcere e “del dolore di 4.250 famiglie di indagati il più delle volte a vanvera come dimostra il bilancio a istruttorie chiuse e processi celebrati”. 3. Affermi che in Italia fu introdotta “la carcerazione preventiva come arma di minaccia e ricatto”. 4. Prendi particolarmente di mira Antonio Di Pietro e sostieni che entrò in politica per “sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona” e che non a caso entrò poi nel Pci-Pds per poi creare il “partitino, Italia dei Valori”. 5. Definisci i magistrati di Mani Pulite “toghe rosse”.

Cerchiamo di mettere un po’ di ordine in questa accozzaglia di argomenti o, meglio, di pseudoargomenti. L’azione di un magistrato non può essere violenta. Il magistrato risponde alla legge: o la rispetta o la viola. E non risulta che in tutta l’inchiesta di Mani Pulite ci siano state violazioni di legge. Il magistrato non può essere né forcaiolo né garantista, categorie che vi siete inventate voi. Comunque il forcaiolismo fu casomai della stampa. In particolare dell’Indipendente di Vittorio Feltri che chiamava Bettino Craxi “il cinghialone”, trasformando un’inchiesta giudiziaria del tutto legittima in una caccia sadica e prendeva di mira anche i figli di Bettino. Lavoravo anch’io a quell’Indipendente e toccò a me difendere i Craxi dagli eccessi del mio direttore, in particolare con due articoli “Vi racconto il lato buono di Bettino” scritto in piena bufera quando tutti, anche i suoi amici, fiocinavano la balena sanguinante, L’Indipendente, 17/12/92 e “Caro direttore, ti sbagli su Stefania Craxi”, L’Indipendente, 11/5/92. In quel periodo prevaleva al contrario uno strusciarsi indecoroso ad Antonio Di Pietro considerato il vincitore di giornata.

Mi ricordo in particolare un vergognoso editoriale del direttore del Corriere, Paolo Mieli, titolato “Dieci domande a Tonino”. A Tonino, come se ci fosse andato a pranzo e cena da sempre. Con Tonino, ridiventato Antonio Di Pietro, che dell’inchiesta di Mani Pulite fu il simbolo, tu ti accanisci. Affermi che entrò in politica per “sfilarsi dal clima di sospetti sulla sua persona”. Dimentichi che per quei sospetti Di Pietro è stato processato sette volte ed è uscito regolarmente assolto e uno di quei processi era stato innescato da due testimoni prezzolati dall’onorevole Berlusconi. Del Di Pietro politico non dovremmo qui occuparci perché quello che interessa è la sua azione di magistrato, ma quando tu definisci l’Italia dei Valori un partitino dimentichi che è stato defalcato di alcuni suoi componenti, a cominciare dall’onorevole De Gregorio cui Berlusconi diede tre milioni perché passasse al centrodestra. In ogni caso se Di Pietro fosse entrato in politica il giorno dopo essersi tolto la toga avrebbe avuto il 90 per cento dei consensi. Invece, correttamente, a differenza di altri magistrati (Ingroia, De Magistris) aspettò un anno.

La carcerazione preventiva in Italia esiste da sempre. Pietro Valpreda fece quattro anni di carcerazione preventiva senza processo e Giuliano Naria nove per citare solo alcuni esempi famosi fra le centinaia che si potrebbero fare. Non mi risulta che tu o la parte politica che oggi rappresenti abbiate mai levato un dito contro queste aberrazioni che non erano dei magistrati ma della legge (le leggi le fa il parlamento, cioè i politici). Vi accorgeste della carcerazione preventiva solo quando toccò, non per anni ma per qualche settimana, a lorsignori. Tu affermi però che in questo caso la carcerazione preventiva sarebbe stata usata “come arma di minaccia e ricatto”. E a queste sciocchezze Francesco Saverio Borrelli, procuratore capo del pool di Mani Pulite, replicò: “Non è così. Noi gli arrestiamo e loro confessano” . Che è cosa ben diversa.

Tu parli dei suicidi in carcere. Se un magistrato dovesse caricarsi delle possibili conseguenze dei suoi legittimi provvedimenti non si potrebbe più amministrare giustizia. I suicidi riabilitano moralmente coloro che ne sono stati protagonisti, perché evidentemente, a differenza di altri, si vergognavano di ciò che avevano fatto, ma non li assolvono. In quanto al dolore delle 4.250 famiglie degli indagati “il più delle volte a vanvera” fai finta di dimenticare che moltissime di queste assoluzioni avvennero per patteggiamento o prescrizione. Ma questi calcoli lasciamoli a Marco Travaglio. Dimentichi invece, con molta disinvoltura, le morti bianche, cioè i suicidi di quegli imprenditori onesti che non vollero piegarsi al ricatto delle tangenti e videro perciò andare in fumo le loro aziende. Sorvoli su uno degli atti più contestati quando Di Pietro, Davigo, Colombo, Greco si presentarono in televisione per affermare che avrebbero chiesto a Borrelli di lasciare l’inchiesta. Come mai non ne parli? Perché quella singolare apparizione dei magistrati in tv seguiva uno dei primi provvedimenti del governo Berlusconi, un decreto chiamato salvaladri che depenalizzava i reati di corruzione e similari e quindi salvava, oltre a Berlusconi e ai suoi cari, la falange dei corrotti e dei corruttori coinvolti in Tangentopoli.

Definire i magistrati di Mani Pulite toghe rosse è risibile. Casomai se si vuole a tutti i costi dar loro una connotazione politica erano dei conservatori, il più a sinistra era un cattolico, Gherardo Colombo, un magistrato impeccabile rispettato anche dai suoi indagati. In due anni, con tutti i testimoni del tempo ancora in vita, i ladri, con una campagna stampa che ti vide protagonista, divennero le vittime e i magistrati i colpevoli. La classe dirigente del Paese non tollerava di dover rispondere, per la prima volta o quasi nella storia italiana, a quelle leggi che noi tutti comuni cittadini siamo tenuti a rispettare. Ecco perché tu, divenuto nel frattempo portavoce di una parte di quella classe dirigente, definisci “sciagurata” la stagione di Mani Pulite. In realtà Mani Pulite fu l’ultima occasione per la nostra classe politica per emendarsi dai crimini che andava perpetrando da anni.

Non la colse, anzi l’avversò ferocemente e così siamo arrivati alla situazione attuale dove la corruzione è discesa giù per li rami a tutto il Paese. Proprio per questo il Palazzo di Giustizia di Milano era deserto nel 25° anniversario di Mani Pulite. Tutti hanno capito che l’azione dei magistrati è stata inutile, continua a essere inutile e probabilmente lo sarà anche in futuro, e quindi i cittadini hanno perso anche la voglia di ribellarsi e accettano supinamente la parte di pecore tosate senza emettere neanche un belato. In Romania, per un decreto molto simile a quello emesso a suo tempo dal governo Berlusconi, la popolazione si è ribellata e glielo ha ricacciato in gola. Dal punto di vista dell’etica pubblica siamo quindi al di sotto anche dei disprezzati rumeni. Recentemente, davanti ad altre persone, hai detto “Massimo Fini mi attacca un giorno sì e un giorno no, ma devo ammettere che è l’ultimo giornalista libero in Italia”. Non è così, fortunatamente ce ne sono altri. Ma non posso negare che questa tua affermazione mi ha fatto piacere. Ma la libertà si paga. Il rendersi servi invece ripaga. Ad abundantiam.

Massimo Fini
“Toghe rosse, forcaioli e suicidi: 25 anni di balle sui pm di Milano”
Il Fatto Quotidiano – http://www.massimofini.it
14 febbraio 2017

 

 

Caro Massimo Fini,
ieri mi hai dedicato un lungo articolo sul Fatto Quotidiano per confutare quello breve che ho recentemente scritto per segnalare il flop delle celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dell’inchiesta Tangentopoli. Difendi a spada tratta i magistrati di quella stagione, tratti con cinismo i morti e i feriti di quella stagione, neghi che i pm di quel pool soprattutto citi Di Pietro – avessero mire e ambizioni politiche, mi accusi di servilismo e racconti un aneddoto vero: «Davanti a testimoni scrivi Sallusti mi criticò, ma disse che mi riteneva l’ultimo giornalista libero». Quest’ultima cosa la confermo, e nella libertà che ti riconosco c’è anche quella di sbagliare.

Potrei raccontarti di ragazzini di allora che ancora oggi, a distanza di anni, sono in cura per lo shock subito vedendo i loro padri portati via in piena notte da uomini entrati in casa con il mitra spianato (non parliamo di trafficanti di droga o rapinatori, ma di amministratori poi risultati innocenti). Potrei ricordati la curiosa coincidenza che tre dei cinque pm di quel pool (Di Pietro, D’ Ambrosio e Colombo) hanno poi fatto politica nelle liste del Pd o avuto incarichi per conto del Pd. Potrei ribattere tante altre cose sulla limpidezza e sulle vere mire di Di Pietro in particolare. Ma non mi crederesti, mi ritieni fazioso. E allora ti propongo una lettura interessante. È l’articolo a firma Luigi Corvi uscito sul Corriere della Sera il 12 marzo 1997, giorno in cui vennero depositate le motivazioni con cui Di Pietro fu assolto dal tribunale di Brescia dall’accusa di concussione (e con lui Paolo Berlusconi, Previti e altri da quella di aver complottato contro il Pm).

Chiedo scusa al bravo collega per lo scippo non autorizzato e riproduco alla lettera:

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Antonio Di Pietro lasciò la toga perché voleva entrare in politica. Dietro quel gesto non ci furono complotti, anche se i fatti raccontati da Giancarlo Gorrini erano veri: «Alcuni rivestivano caratteri di dubbia correttezza, se visti secondo la prospettiva della condotta che si richiede a un magistrato, altri erano decisamente idonei ad un’iniziativa sul piano disciplinare». Tuttavia l’apertura e la rapida archiviazione dell’inchiesta ministeriale nata dalle accuse dell’ex presidente della Maa non fu la causa delle dimissioni di Di Pietro e i quattro imputati (Paolo Berlusconi, Cesare Previti, Ugo Dinacci e Domenico De Biase) non misero in atto alcun complotto per il semplice motivo che non avevano interesse a far dimettere il pm di Mani Pulite.

Queste in sostanza le motivazioni, depositate ieri, con cui il 29 gennaio la seconda sezione del tribunale di Brescia ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di concussione. In quasi duecento pagine i giudici analizzano nel dettaglio i fatti (…). Sui rapporti poco corretti intercorsi tra Di Pietro e Gorrini si era già soffermato il gip nell’ordinanza di rinvio a giudizio. Ma il tribunale, sviluppando gli stessi concetti, va oltre. «È indubbio – scrivono i giudici – che i fatti raccontati da Gorrini si erano realmente verificati (la prestazione di attività lavorativa di Cristiano Di Pietro in favore della Maa, l’assegnazione di alcune cause a Susanna Mazzoleni da parte della Maa, l’erogazione di un prestito da parte di Gorrini, la cessione a Di Pietro, sempre da parte di Gorrini, di un’autovettura recuperata dalla Maa e trasformata da Di Pietro stesso in prestito, l’intervento di Di Pietro per ottenere che D’Adamo e Gorrini erogassero prestiti a Rea onde favorire l’estinzione di debiti consistenti)».

Secondo il tribunale, Tonino – che della deposizione di Gorrini aveva appreso in tempo reale da un giornalista – aveva di che preoccuparsi. «Era in gioco il suo prestigio come magistrato, come magistrato onesto, come persona dai comportamenti cristallini, e proprio questo prestigio era minacciato a causa di leggerezze commesse e per le quali egli era pronto a fare ammenda. Era in gioco, in definitiva, un ruolo e un’immagine». (…) I fatti denunciati dall’ex presidente della Maa «rappresentavano per Di Pietro una minaccia, per giunta avente il requisito della verosimile serietà» (…). Tonino in effetti si preoccupò molto e preparò subito una memoria difensiva «in previsione di essere chiamato per chiarire la vicenda», telefonò all’allora ministro della Difesa Previti (…) «chiedendo addirittura un intervento in suo favore del ministro Biondi». (…)

Le ragioni delle dimissioni esposte da Di Pietro (in primo luogo i molteplici tentativi di delegittimazione) «sono – secondo il tribunale – talmente troppe e troppo eterogenee da sembrare una congerie alquanto scontata….». È vero che il pm di Mani Pulite aveva accumulato stanchezza fisica e psicologica, ma la molla decisiva che lo spinse a lasciare la toga fu l’intenzione – maturata già nella primavera del ’94 – «di intraprendere l’attività politica, ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo». E quando a Silvio Berlusconi disse di non essere stato d’accordo sull’invio dell’avviso di garanzia, mentì perché era «alla ricerca iniziale di probabili alleanze» politiche. Infine Tonino – secondo i giudici – sino all’ultimo non rivelò i suoi progetti ai colleghi perché temeva di «inquinare quella sua indiscussa leadership all’interno e all’esterno del pool con consequenziali ripercussioni nell’immagine esterna» e c’era il rischio che gli altri pm lo rendessero «meno partecipe dell’attività giudiziaria».

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Caro Massimo, questo dicono le carte. Se questi sono gli eroi che ammiri, libero di farlo. Ma riconosci a me la libertà di pensarla diversamente, senza per questo dover essere servo di qualcuno.

Alessandro Sallusti
Lettera aperta a chi esalta quelli dalle Mani pulite
Il Giornale
15 febbraio 2017