Gennari, candidato sindaco M5S: «Tosi si è dimenticato di Verona»

Anche se «nel primo mandato una direzione ce l’aveva». Prima intervista assoluta al 33enne che punta al ballottaggio: identikit, priorità, proposte

Se diventasse sindaco, sarebbe il più giovane primo cittadino che Verona ricordi: 34 anni a maggio, Alessandro Gennari del Movimento 5 Stelle rischia di farcela sul serio, se andasse al ballottaggio alle comunali di primavera: «io troppo giovane? Tosi ne aveva meno di 30 quando era assessore del settore più ricco della spesa regionale, la sanità». Al momento, è uno dei candidati a sindaco ufficializzati, assieme ai civici Michele Croce (“Verona Pulita”) e Marco Giorlo (“Tutto cambia”), al senatore leghista Paolo Tosato, all’ex tosiano Stefano Casali (“Verona Domani”), al cattolico Filippo Grigolini (“Popolo della Famiglia”), e a Roberto Bussinello di Casapound. Restano ancora vuote le caselle del Partito Democratico, della sinistra veronese e del movimento di centro “Fare” del sindaco uscente Flavio Tosi. In questa intervista – la prima in assoluto dal 26 gennaio quando la sua candidatura è divenuta ufficiale – Gennari chiarisce i fondamentali della sua corsa ad un traguardo, il ballottaggio al secondo turno, che sarebbe già una conquista storica.

Partiamo dalla presentazione, all’americana: studi, professione, reddito, hobby.
Ho 33 anni, sono dipendente del negozio di tende di cui sono titolari mio fratello e un altro socio, posto da cui mi licenzierò se dovessi diventare sindaco. Ho il diploma di perito aziendale. Il mio reddito? (fa il calcolo sul momento, ndr)… 17 mila euro l’anno. Cantavo in una band, gli Almanera.

Beppe Grillo avrebbe detto che è meglio se si tagliava la barba da hipster. Lo ha fatto, vedo (è più corta, ndr).
(ride) Hipster io? No, diciamo che mi piace vestirmi come un gentiluomo vecchia maniera.

Che è per l’appunto lo stile hipster. Quando e perchè è entrato nel M5S? E prima ha mai fatto politica, e per chi votava?
Sono entrato nel Movimento nel 2010, prima da buon veronese ero di centrodestra, ma solo da elettore. In questi anni ho seguito l’ufficio stampa. Vivo a Verona sud in affitto, ho visto la trasformazione del mio quartiere in dormitorio, l’abbandono sociale, la difficile convivenza con l’immigrazione. Ma c’è stata un’altra ragione per cui mi sono avvicinato, ed è che nel Movimento c’è il recupero del senso di comunità, l’idea che ogni cittadino dedica, per dire, un’ora alla settimana per la causa comune, senza delegare e senza indicazioni dall’alto.

Neanche da Grillo o dallo staff della Casaleggio Associati? Il voto che l’ha eletta candidato sindaco doveva prima essere fatto in un luogo fisico, e nel giro di pochi giorni è stato deciso di svolgerlo online. Può spiegare com’è andata?
Non è responsabilità di Verona. Avevamo chiesto allo staff il voto online sulla piattaforma Rousseau, ma non ci hanno risposto perchè impegnati per i fatti di Roma… Così abbiamo deciso in autonomia il voto fisico, e proprio il giorno prima è arrivato invece il sì dello staff a quello online. Non è stato un dramma perchè siamo tutti digitalizzati, anche i nostri iscritti anziani. I voti in tutto sono stati 225, io ne ho avuti 85. Grillo, invece, personalmente non l’ho mai sentito. Faccio presente che ci sono forze, come il Pd, che rischiano di arrivare a fare le primarie e presentare il candidato sindaco e il programma appena un mese e mezzo prima delle elezioni, mentre il centrodestra cala i suoi dall’alto. Noi invece una legittimazione l’abbiamo. Con un voto democratico.

Quali sono le priorità del vostro programma?
Tosi si è dimenticato dei quartieri. Sono lì le potenzialità inespresse di Verona, che è stata chiusa al mondo degli investimenti. Con noi, le istituzioni diventeranno l’anello fra imprese e i luoghi e in particolare le aree in disuso. A Verona Sud, fra Santa Lucia, lo stadio e San Massimo, ci sono realtà come il liceo artistico, gli istituti d’arte e l’accademia su cui puntare per riunire le competenze in un’unica sede fisica per un polo che lavori a vantaggio della fondazione lirica. A Verona ci sono 2000 edifici abbandonati o sfitti. La città deve avere più centri, non solo uno.

Con quali soldi?
E’ necessario un cambio di paradigma: non aspettare i privati, il Comune deve dare l’indirizzo, individuando l’edificio da riqualificare e creare sinergie coi piccoli imprenditori che poi usufruiranno dei relativi servizi. Faccio un appello a Sandro Veronesi di Calzedonia: è stato bravissimo nel lanciare l’idea pubblicitaria della copertura dell’Arena, ma non si farà mai. Meglio investire in poli d’eccellenza nei quartieri. E poi c’è il capitolo nomine.

Sì, come quelle in Agsm, finita al centro di un caso politico per la salatissima multa dell’Authority.
ho fatto una proposta precisa: separare i rami d’azienda. Per le nomine, non le faremo “politiche”. Persone “laiche”, come dico io, con le competenze giuste, ci sono. Ma hanno paura perchè la responsabilità, poi, è direttamente loro.

Non ha da fare qualche autocritica per questi anni all’opposizione? Siete stati abbastanza incisivi, secondo lei?
Per le forze in campo che avevamo, il lavoro è stato immenso. Non si poteva fare di più, partendo da zero. La stampa veronese di regime non ha rappresentato quel che abbiamo fatto, che è tanto, sullo scandalo Agec, sulla lettera anonima su Giacino (l’ex vicesindaco, ndr) che abbiamo portato noi in Procura, sostenendo i lavoratori dell’Arena. Non possiamo avere la forza di un Tosi, nasciamo dal risveglio dei cittadini. Quello messo nero su bianco nello statuto con la sussidiarietà, ovvero ogni cittadino può proporre una delibera. Chieda al nostro consigliere comunale Mantovani.

Che bilancio fa del decennio di Flavio Tosi?
Il primo mandato, a modo suo, l’ha svolto bene. Una direzione, anche se non la condivido, c’era. Negli ultimi cinque anni, invece, ha pensato solo a lanciarsi a livello nazionale. I risultati sono: strade piene di buche dove si rischia la vita, la ghettizzazione delle periferie, i casi come quello dell’Agsm.

Se governerete, come vi rapporterete coi poteri forti di Verona: Banco Popolare, Cariverona, Cattolica?
Siamo aperti al dialogo con tutti.

Il quadro è in evoluzione: la Cattolica deve sciogliere il nodo del rapporto con la Popolare di Vicenza, Cariverona ha visto lo storico addio di Paolo Biasi, il Banco si è fuso con la milanese Bpm.
Se ci saranno problemi per i veronesi, mi metterò di traverso. La “tetta” sta finendo per tutti. Ci sono oltre 40 startup che ce l’hanno fatta, è questo il mondo che vogliamo rappresentare. Per esempio con un assessorato ad hoc, all’innovazione. Verona ha perso troppi treni, come quello della “Città della Cultura”: se si fosse candidata e avesse vinto, avremmo potuto sforare il Patto di Stabilità. Perchè non l’abbiamo fatto? E perchè il Comune non ha presentato nessun progetto per accedere ai fondi europei?

Ultima domanda: a Verona si sta bene, secondo lei? E’ una città dove ci si può godere la vita?
Sì, si sta bene. Anche se il centro, di sera, diventa un deserto. Ma anche qui un’idea ce l’abbiamo, ed è ispirata a Londra: una commissione in stile X Factor, che può essere nominata da Verona Extra, seleziona i gruppi musicali da far suonare all’aperto in estate, davanti ai monumenti e ai luoghi storici, e a fine stagione li si riunisce tutti in un festival degli artisti locali. Ci sono band veronesi che vanno a suonare a New York, perchè non farle suonare qui?