Italia fuori dall’euro, “tempesta perfetta” nel report Mediobanca

La moneta unica europea: da argomento per addetti ai lavori a tema all’ordine del giorno. Facendo emergere la cialtroneria criminale della classe dirigente

Una volta era un tabù mentre oggi il tema è dibattuto quotidianamente: la crisi dell’euro e il rischio di uscita dell’Italia dalla moneta unica. Giornali, Mediobanca, Unicredit, politici tutti che discutono della moneta unica e del suo rischio di fallimento legato a varie cause: in primis una crisi gestita da istituzioni comunitarie, che si rivelano sempre più inadeguate, e il battesimo di un diritto “emergenziale”, che ha sottratto sempre più sovranità ai parlamenti nazionali in favore di organismi tecnici come la Bce, la Commissione Europea e la Corte di Giustizia.

Sono figlie di questo diritto di emergenza termini come “austerità”, “riforme strutturali” e la “politica”. Unicredit, nel prospetto consegnato alla Consob con la richiesta al mercato di 13 miliardi di euro di ricapitalizzazione, ha ipotizzato il rischio dell’uscita dell’Italia dalla moneta unica con valutazioni del tipo «una disgregazione dell’area euro potrebbe essere accompagnata dal deterioramento del contesto economico e finanziario nell’Unione Europea e potrebbe avere un effetto negativo rilevante sull’intero settore finanziario, creando nuove difficoltà nella concessione di prestiti sovrani».

D’altronde soggetti competenti come gli ex governatori come Paolo Baffi e Antonio Fazio avevano messo in guardia il nostro Paese dai rischi che correva non essendo noi ancora pronti per entrare, tra trucchi di bilancio, uso spregiudicato di derivati finanziari e per l’interesse della Germania a farci entrare portandoci dietro i nostri politici cialtroni e incompetenti, manager di Stato pregni di cultura economica neoclassica, imbroglioni che utilizzavano modelli matematici rubati alla fisica quantistica per “assicurare il futuro”, e infine, chiamiamoli col loro nome bastardi con le idee chiarissime nella rappresentazione degli interessi di banche d’affari internazionali.

I Trattati della zona euro hanno dimostrato tutti i loro limiti e rispecchiano l’egemonia tedesca. Una Ue germanizzata, con il fallimento rappresentato da 28 milioni di disoccupati, non si comprende come possa far gridare “più Europa” senza pretendere di stracciare il Trattato di Maastricht e quelli successivi. Hanno stuprato il Trattato di Roma che a marzo compirà 60 anni, che aveva come obiettivo lo sviluppo economico basato sul principio di sussidiarietà: ogni Paese attuava la politica valutata adatta al suo sistema economico e si coordinava con gli altri per l’obiettivo comune della crescita. Il compito della Commissione Ue era di aiutare gli Stati che non riuscivano a inserirsi favorevolmente nel processo di crescita. Dov’è finito il principio di sussidiarietà?

Molto articolata l’analisi nel Report di Mediobanca, che stima i costi di un’uscita dell’Italia dall’euro: bisogna pagare 359 miliardi di euro di saldo target 2, ovvero del saldo Bce-Bankitalia. Il rapporto spiega nei dettagli le cause che non consentono all’Italia dopo 18 anni di depressione economica e di pessima gestione della zona euro di restare con la moneta unica. Secondo la Lex Monetae circa 1000 miliardi di debito pubblico possono essere rinominati in lire, ma le cose stanno cambiando a causa delle clausole di azione collettiva (CAC) man mano che scadono i Btp e sono cambiati con i nuovi bond.

Mediobanca vede la “tempesta perfetta” scatenatabile da vari fatti come l’acquisto dei nuovi Btp in emissione, la Bei che riduce il programma di acquisto dei titoli, le nuove regole che costringeranno le banche a ridurre il possesso di titoli di Stato. A questo si aggiunga la nuova politica monetaria degli Stati Uniti e un’Italia nella trappola della deflazione (dal 1959 che non si aveva n livello dei prezzi come quello del 2016). La BCE ha acquistato tutto il deficit italiano del 2016 (210 miliardi di euro). Scrive la banca milanese: «La fine del QE lascerà l’Italia senza l’acquirente più importante del proprio debito. (…) Senza modifiche (debito) il dibattito sull’uscita unilaterale dall’eurozona e il conseguente ritorno alla lira appaiono sempre più probabili, sulla base dell’attuale situazione politica a Roma». Infine gli investitori si stanno cautelando e la spia è lo spread sopra i 200 punti, nonostante l’intervento della Bce.

In ultimo l’affondo sulle politiche “non ordinarie” scelte dalla Bce (LTRO e QE) che hanno consentito alle banche del Nord Europa di riprendersi i propri soldi e scaricare sui contribuenti i costi. Sono 220 i miliardi usciti dall’Italia e approdati sui fondi d’investimento del Lussemburgo e della Germania. In tale situazione appaiono davvero banali i vari protocolli d’intesa su progetti costosissimi o le ratifiche di sapore elettorale scritte da personaggi che occupano la sedia di ministro galleggiando grazie ad artifici da vecchia politica e furbizia falso-cristiana. E l’Italia va a fondo.