Pittini investe a Verona: un esempio da seguire

Il rilancio (ecologicamente responsabile) dell’industria “pesante”: un’ottima notizia dopo la poco seria sbornia “terziarista”

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Il gruppo siderurgico friulano Pittini ha annunciato che intende investire 100 milioni di euro nei prossimi tre anni per rilanciare e modernizzare gli impianti Galtarossa di Verona, che aveva recentemente rilevato dalla famiglia Riva. Una buona notizia, anzi direi un’ottima notizia, per alcuni motivi che cercheremo di spiegare, ma soprattutto perché applicati a un settore, appunto quello relativo alla produzione di acciaio, che in Italia, nel Veneto e ancor più a Verona, vale molto più del doppio dei soldi spesi per renderlo competitivo.

Infatti dire che l’economia veronese negli ultimi dieci anni sia entrata in sofferenza è una banalità. L’intero settore termomeccanico (Ferroli, Riello) è arrivato sull’orlo del fallimento. Le storiche Officine Ferroviarie sono ormai passate a miglior vita. Il comparto agroalimentare – il più rilevante in provincia – vivacchia, con alcuni casi in discreta salute (Bauli), ma in generale sta trascorrendo anni di difficile crescita (Veronesi e Rana) e perfino di gravi difficoltà (Melegatti). Un gioiello dell’industria veronese come Fedrigoni è in predicato di passare di mano (con tutti i rischi del caso), dopo non essere riuscito, per motivi di difficile comprensione, a raccogliere il minimo per la quotazione a Piazza Affari.

L’industria manifatturiera, da sempre scarsamente popolare in terra scaligera, ha subito ulteriori ridimensionamenti tra le PMI, sicché la cessione degli stabilimenti siderurgici ex Galtarossa (dicembre 2015), avrebbe potuto far presagire il proseguimento del trend liquidatorio anche su questa fabbrica, con le immaginabili peggiorative conseguenze (dis)occupazionali. Tant’è che quasi a certificare questo andazzo, in breve tempo, l’amministrazione comunale non ha trovato di meglio che radere al suolo in due e due quattro il sito degli stabilimenti Tiberghien, ex fiore all’occhiello del tessile veronese che fu. Il progetto della famiglia Pittini di modernizzare gli stabilimenti siderurgici veronesi dovrebbe quindi suonare benvenuto, indipendentemente dai dettagli dell’operazione e in città non sono mancate le voci contrarie, anche se quello che ci spaventa non sono gli oppositori espliciti, ma quelli taciti, così diffusi, così attendisti.

Nello specifico a chiarimento varrà la pena aggiungere un paio di ulteriori considerazioni. La siderurgia è un settore strategico per un qualsiasi sistema industriale che voglia essere degno di quel nome. Pensare che l’economia di un paese possa reggersi solo su produzioni soft, tipo la moda o i panettoni, è una pia illusione, che fa il pari con altre idee strane che il pur scarso benessere ha diffuso con abbondanza in Italia e che Sergio Marchionne, da par suo, ha così stigmatizzato: «l’odore acre della fabbrica e della vernice farebbe bene a molti, perché evita certi discorsi complicati». Ancor più danno ha fatto l’idea che si possa essere ricchi con un’economia basata esclusivamente sul terziario e che il lavoro prima o poi sarà non molto di più che una scrivania e un computer. Al contrario, il lavoro resterà sempre tante altre cose, fatica e pericolo, ciò che ad esempio è necessario per sciogliere ghisa e altri minerali ad oltre 1400 gradi. Certo la siderurgia è una grande scommessa e un grande rischio, nel senso che per farla funzionare non bastano gli aiuti di stato o i giochini finanziari, ci vogliono grandi competenze, tecniche e manageriali, e molti, molti soldi, soprattutto per reggere gli urti di un ciclo economico che non può essere sempre favorevole.

A onor del vero va aggiunto che lo stabilimento veronese, come altri impianti siderurgici del Veneto (Vicenza), esattamente non si trova in una posizione ideale, troppo vicino come è al centro cittadino. Ma il problema del possibile inquinamento e danno ambientale non si risolve certamente chiudendo la fabbrica, bensì assegnandola a proprietari responsabili, che oltre ai propri profitti abbiano a cuore anche la salute dei cittadini e dei lavoratori, e che soprattutto abbiano i denari per mantenere degli standard di sicurezza rigorosi, e abituali per tutta l’industria europea più avanzata.

C’è poi dell’altro, che a nostro modo di vedere da solo vale il costo del biglietto, per cui ci sentiamo di ringraziare (fiduciosi) i signori Pittini. Dietro i festeggiamenti confindustriali di circostanza vogliamo sperare che la coraggiosa scelta dei friulani di investire su Verona in qualche misura possa essere d’esempio ad altri imprenditori. Perchè c’è una sola strada per il benessere e la crescita del nostro territorio, per sconfiggere la disoccupazione giovanile e aprirci all’innovazione: la strada della serietà. E su quella sarebbe ora che ci incamminassimo (nuovamente).

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