Malvestio: «cultura borbonico-sessantottina, la piaga del Veneto»

Da opinionista aveva criticato certi poteri forti, come la Cassamarca a Treviso. Sulle banche «le responsabilità partono dall’alto, da Bankitalia». Zaia premier? «Vincente. Ma poi a Roma…»

Massimo Malvestio, di professione avvocato («ancora per poco», ci rivela inaspettatamente: lo studio con Bruno Barel a Treviso è uno dei più importanti del Veneto, l’ultimo suo cliente più famoso è Vincenzo Consoli, l’ex ad di Veneto Banca), uomo d’affari, da Malta dove si è da tempo trasferito risponde volentieri alle nostre domande. Anche se si percepisce una stanchezza di fondo nel dover ripetere quel che aveva scritto e riscritto nel corso degli anni come opinionista sui giornali: fondazioni, banche, autostrade, utilities, poteri e territorio, tutti i nodi venuti al pettine nella Regione governata dall’amico Luca Zaia, lui li aveva scandagliati in articoli riuniti in quella specie di breviario del liberal-conservatore che è “Malagestio. Perchè i Veneti stanno tornando poveri” (Edizioni Nordesteuropa, 2012). Profeta, o meglio Cassandra inascoltata del declino in atto.

A Vicenza è caduto (anche se, quanto a libertà personale e beni, caduto in piedi) Gianni Zonin. A Verona, Paolo Biasi pare sia uscito di scena del tutto. Sodalizi storici come quello fra Marchi e De Vido si sono rotti. A Padova l’affare del nuovo ospedale ha gettato nel caos la città. L’unico che resiste nel fortino della Cassamarca è De Poli. Niente e nessuno possono smuoverlo: né il patrimonio dimezzato rispetto a dieci anni fa (senza contare il debito della società Appiani 1), né l’opposizione storica di Zaia e del sindaco Manildo, né la contestazione di Unindustria, che non candiderà nessuno per sostituire il dimissionario Pagotto in rappresentanza della Camera di Commercio (che fra l’altro è in causa con la fondazione per non aver traslocato la sede nella cittadella Appiani). Lei è uno dei pochi critici “antemarcia” di De Poli, che ha definito El Paron. Un padrone è tale perché ha dei servi. Come si può pretendere che il primo non faccia più il padrone, abituato ad essere trattato così dai secondi?
No, è stato De Poli a definirsi così, non sono stato io. Ed effettivamente l’unico a non fare il servo sono stato io, assieme a pochi altri come Zaia. Fa bene a metterla così: De Poli non è che parte di quel sistema italiano che vede durare in carica per decenni chi è autoreferenziale, come Zonin o come poteri come Banca d’Italia o la magistratura, che godono di una sorta di intoccabilità. O come appunto le fondazioni, che sono totalmente autonome. Anche dal buonsenso. Per rispondere alla sua domanda, la servitù continua: tranne Unindustria che si è svegliata ora, nelle categorie sono ancora tutti con lui. La guerra io l’ho fatta ai servi, che sono ancora là. E Treviso che fa? Lo ringrazia di restituire quel che era suo: il patrimonio non è la metà, è a zero, i risultati sono disastrosi. Ma dal suo punto di vista personale, è stato bravo: ha accontentato tutti. Gobbo (l’ex sindaco leghista cooptato nel cda e dato per successore, ndr) si ritroverà a mani vuote. Sarà l’ultimo giapponese nella giungla. Non c’è più niente da fare per Treviso, che se l’è meritato. In Italia dura al potere ed è apparentemente rispettato solo chi non può essere rimosso. L’autoreferenzialita è trattata come se fosse autorevolezza.

Zaia è stato liquidato da De Poli come «ultima lettera dell’alfabeto» (sic). Non si era mai sentito qualcuno trattare così Zaia. In genere la critica che si muove al presidente della Regione è di essere abile nel comunicare più che nel realizzare. Ora, a parte la riforma sanitaria, ovvero sostanzialmente la riorganizzazione delle Ulss, e il referendum sull’autonomia che si farà quest’anno (e che i critici bollano come arma di distrazione di massa), l’attivo del popolare governatore leghista non è entusiasmante: manca la riforma delle Ipab, manca la legge sulle cave, la legge sulle aree protette come il Parco dei Colli Euganei ha scatenato la rivolta, il buco della Pedemontana pare che per lui sia ripianabile col vecchio caro ma anti-europeo aiuto di Stato, sulle fiere la Regione non c’è, tanto che Vicenza è andata ai riminesi. Lei è vicino a Zaia. Quali le ombre e quali le luci dell’era Zaia, secondo lei, fin qui?
Ha il merito di tenere unita la regione, e non è poco. Voglio dire: riesce a tenere unita la sua base elettorale, a far rispettare le istituzioni istituzioni liberamente elette che non godono più di alcun rispetto, mancando dell’autorefenzialita e della conseguente inamovibilità di cui dicevo prima. Questo può essere un grande asset per il Veneto, in un tempo in cui la politica divide nel modo che vediamo ed è molto screditata.

Viene definito neo-democristiano, infatti. Come lei, no? L’eterna Dc che non scompare mai, in Veneto.
Sono un democristiano di destra. Ai tempi della Dc il Veneto aveva un’omogeneità politica e socioculturale che oggi non c’è più, anche se persiste in certa misura il patrimonio diciamo conservatore su cui era fondata, benchè erosa da quella visione tipica dei meridionali sessantottini, un binomio, un cocktail mortale che ha devastato la cultura dell’autonomia e della coesione. Che poi è la cultura del Veneto profondo. Magistratura, Corte Costituzionale, burocrazia pubblica, autorità di controllo: in questi poteri, ripeto autoreferenziali, si esprime la cultura amministrativo-giudiziaria borbonica e sessantottina. Il Veneto è una regione che quando non aveva risorse emigrava e quando ha avuto un po’ di risorse le ha sfruttate come nessun altro in Italia.

Ma parla dei terroni, stile Lega prima maniera? Guardi che sta parlando con un veneto di sangue siciliano…
Non ce l’ho con le persone nè tanto meno coi luoghi di nascita. Io parlo di una certa cultura, che può avere avuto anche un politico venetissimo. Il Veneto non sempre ha rispettato le leggi e troppo spesso negli ultimi anni ha pensato ai soldi ma poi è quella stessa regione che quando si guardano le statistiche ha i migliori indici di civismo e una  solidarietà e una generosità straordinarie. La cultura borbonica ha caratterizzato tutti i poteri pubblici almeno a far tempo dal fascismo in poi. Adesso però quegli stessi funzionari borbonici escono da università in cui inneggiavano a Mao, a Lenin, al Vietnam, a Allende, a Mugabe e così via. Gente che confonde Marcuse con San Francesco. Per loro lo Stato deve rispondere di tutto e tutti devono farsi regolare la vita dallo Stato, che sono loro. Sono convinti che in quello che fanno ci sia anche una moralità superiore. L’ unica cosa che non gli interessa e’ da dove arrivino le risorse che loro vogliono gestire. È’ gente che crede che i Btp si possano stampare all’infinito e che gli imprenditori e siano di fondo evasori, sfruttatori, inquinatori.

Anche i Veneti purosangue e non sessantottini, tuttavia, i guai se li sanno procurare anche da soli: il crack della BpVi e di Veneto Banca lo dimostra. I Veneti hanno scoperto di avere una classe dirigente economica che non può vantare alcun complesso di superiorità verso “Roma ladrona” o il capitalismo milanese. Anzi, specie nel caso della BpVi, con una vigilanza di Bankitalia e Consob che secondo alcuni non ha vigilato abbastanza. Quali sono state le responsabilità locali, nel disastro bancario veneto? E quali, invece, quelle “sovralocali”, su su fino alla Bce?
Cassa di Risparmio di Bolzano, di Cesena, di Rimini, di Ferrara, Banca Etruria, Carichieti, Cariteramo, Mps, Banca Marche, Cassa di Risparmio di San Miniato, Carige: il cataclisma è stato epocale. Il Banco Popolare di Verona, che oggi è fuso con la Bpm, vale meno degli aumenti di capitale fatti dopo la crisi. Le banche italiane vivono una crisi strutturale che mette in crisi un modello che è durato più di cento anni. Ci sono le nuove tecnologie e una pressione fiscale che sta soffocando tutti e creando, attraverso la deflazione, un ambiente mortale per le banche. Comunque in Veneto c’è anche Banca Ifis: chi ne avesse comperato le azioni avrebbe fatto fortuna. Guardiamo quante sanzioni ha preso da Banca d’Italia la Banca Ifis, e quante ne ha prese la Popolare di Vicenza, e capiremo molte cose su perché un certo Veneto è andato diritto verso il disastro.

D’accordo, ma le responsabilità locali e dei singoli istituti: Zonin, Consoli, gli ex cda e relativi collegi sindacali e società di revisione.
C’è stato il tentativo di tirarla in lungo, confidando che la crisi sarebbe finita. Invece questa volta non è finita: ci siamo dentro dal 2007. Questo è il punto: non è stata capita, ma non solo a livello locale, non l’ha capita nessuno. Neanche il governo. E neppure le autorità di controllo. Tutto il sistema di controllo ha sbagliato, e la prova è che troppe banche sono saltate. In mezzo a questo, ci sono stati illeciti, a tutti i livelli. Come dicevo in “Malagestio”, le associazioni di categoria hanno avuto un ruolo fondamentale nel passato nella gestione del consenso, oggi il consenso non lo gestiscono più. Criticano la politica, fanno capire di essere molto diversi ma se uno guarda alle Camere di Commercio vede che le dinamiche sono le stesse della peggiore politica quando si tratta di nomine. E se uno guarda alle banche vede che i consigli di amministrazione delle banche con più problemi erano letteralmente stipati di soggetti, passati dai vertici delle associazioni imprenditoriali ai cda di queste banche. Quando poi la banca l’hanno gestita direttamente come è stato per la Banca Popolare di Garanzia…

Se le responsabilità sono di tutti, va a finire che poi non sono di nessuno. E questo non è accettabile.
Vero. Vuole sapere la verità? Che chi è dissonante rispetto al coro, viene visto come disturbatore e isolato. Io non ho avuto problemi perchè non avevo bisogno di aiuti o soldi.

Torniamo a Zaia. Mi trovi un difetto, per cortesia.
Beh, diciamo che la necessità di mantenere una percezione positiva di quel che fa la Regione…

Ma questa necessità la sentono tutti i politici.
Diciamo che sta troppo attento a quel che pensa la gente. E’ talmente preoccupato non soltanto di essere ma anche comunque di apparire onesto che a volte, se una soluzione lo espone al benché minimo sospetto, ancorché infondato, tende ad evitarla.

Sarà per questo che Berlusconi lo vede bene candidato premier di tutto il centrodestra.
Come candidato sarebbe vincente. Anche al Sud: con lui, venderebbero le mozzarelle anche in Nuova Zelanda. Però a Roma o ci vai con uomini tuoi, oppure credi di fare il premier, ma in realtà non governi.

Chiaro: nel mondo ovattato dei ministeri romani, o sei forte di un tuo staff e di un tuo seguito personale, oppure resti prigioniero della Capitale. Ma per tornare ai sondaggi e all’auscultazione del consenso: Zaia ha chiesto i carotaggi alla Miteni per lo scandalo sanitario (e politico) dell’avvelenamento da pfas. Scandalo tutto veneto, qua non c’entrano nè meridionali nè sessantottini.
Il Veneto avido e fuori legge di cui dicevo prima esiste ed ha fatto molti danni. Una cultura della legalità è indispensabile al successo non solo civile ma anche economico. Chi inquina non crea ricchezza ma solo danni. Su questo c’è tanto da fare. Poi mi dispiace dissentire ma credo che questo settore sia quello dove la cultura borbonico-sessantottina ha dato il meglio di sè: ci siamo dimenticati dei pretori d’assalto e dei loro sequestri? Abbiamo idea della ferocia di norme penali che puniscono qualsiasi insignificante difformità formale nell’attività di chi è regolarmente autorizzato e poi invece non si è in grado di colpire quasi mai chi spara i rifiuti nella falda? Ha mai visto un codice delle leggi ambientali? Non esiste mente umana  che possa ricordarle tutte. In pochi settori come quello ambientale lo Stato è spietato con chi cerca di essere in regola magari con qualche approssimazione mentre i veri criminali prosperano con danni immensi di cui il più delle volte non si ha neppure consapevolezza.

Le faccio un altro esempio tutto veneto: i project financing negli ospedali, la grande eredità dell’era Galan. Tradotto: voragini nei conti pubblici.
Non è un problema tutto veneto. È’ un problema di falso in bilancio. La cultura del Veneto in cui vorrei identificarmi è quella del pareggio di bilancio. Quando fu approvata le legge Stammati, una legge che trasferiva i soldi ai Comuni non sulla base di criteri oggettivi, ma sulla base della spesa storica premiando così i dissipatori che avevano i bilanci in dissesto, il Veneto aveva la più bassa percentuale d’Italia di Comuni dissestati. Francesco Fabbri, di Pieve di Soligo, più volte prospettò le sue dimissioni da sottosegretario al Tesoro per dissociarsi da questo tipo di scelte. Quelle leggi, forse solo borboniche ma significativamente frutto dei primi accordi che portarono poi alla stagione della “solidarietà nazionale”, hanno distrutto la cultura di buon governo della nostra regione. Tra  i frutti avvelenati vi sono i project. Non c’erano i soldi e così si spacciava per spesa corrente la spesa in conto capitale. Si spalmavano in 30 anni le spese di un giorno. Anche nel Veneto non c’è più Francesco Fabbri e gli emuli della contabilità borbonico-sessantottina sono arrivati ai vertici delle istituzioni. Ha presente il Marchese del Grillo? La scena del bargello: “in galera!”, e poi ” io so io e voi non siete un…”. La cultura giuridica borbonica (papalina in quel caso ma poco cambia) è tutta in quella scena geniale e tristemente esilarante, dove neanche una parola è detta a caso. Chissà perché in questi mesi a leggere in giornali italiani questa scena mi torna in mente così spesso: tutti questi bargelli che ci sono arrivati “con l’intuito mio” e intanto tutti i danni che si potevano fare sono stati fatti.

Il Veneto non ha nessuna speranza?
L’Italia non ha nessuna speranza, è un Paese in bancarotta. Fosse per me, sarei per la secessione. Il referendum sull’autonomia è già qualcosa, tutto quello che va in quella direzione è positivo.

Ma quindi, individualmente meglio espatriare come ha fatto lei?
Perchè un giovane dovrebbe restare qui a pagare un debito non suo? Mi risponda. Solo la Grecia sta messa peggio di noi. E infatti Malta è piena di greci.