Ospedale Padova, basta veti delle lobby: meglio nuovo su vecchio

La decisione è tutta politica, ma si scarica scandalosamente sul commissario. Eppure gli esempi virtuosi ci sono

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Tutto il discorso sul nuovo ospedale di Padova verte sul dove collocarlo anziché sul come realizzarlo. Si tratta di una grande opera pubblica che muove ingenti capitali industriali e genera una cospicua rendita fondiaria. La decisione su dove e se farlo completamente nuovo non può che essere politica. Chi conosce davvero l’economia sa bene che la tecnica dell’analisi costi/benefici – talora invocata – è come una lampadina che illumina solo la parte verso cui è indirizzata: se anche facesse luce su tutto il problema, non lo risolverebbe in ogni caso. Le ricerche e le analisi più elaborate, costose, autorevoli e accreditate dalla stampa sono realizzate da chi è in grado di gestire l’operazione.

Un nuovo grande ospedale in periferia potrebbe anche essere utile secondo una certa idea di economia e di sanità. Ma finché non la si discute e non si decide sul modello di sanità e città che vogliamo, pesa di più la visione dei costruttori che l’opinione di studiosi, operatori e cittadini che la politica succube degli affari non rappresenta. Sollevare strumentalmente l’urgenza dell’opera è il sistema regolarmente utilizzato per evitare ogni seria e articolata discussione. Per fare presto si scartano soluzioni innovative, talora meno costose e disponibili in tempi brevi per altre vie che non siano la costruzione di nuove mega-opere. Peraltro, l’urgenza invocata ad arte ritarda anziché accelerare le decisioni perché le riconduce a lotte tra cordate imprenditoriali e finanziarie che impongono veti incrociati.

Quando la situazione diventa insostenibile – perché nel frattempo si sono lasciati crescere di proposito i problemi – s’invoca il Commissario che decida d’autorità per conto del governo calpestando le autonomie locali. A Padova la delega al Commissario prefettizio della decisione sul nuovo ospedale è persino più scandalosa poiché si tenta di prendere una decisione in mancanza di un’amministrazione eletta. Un Commissario non può sostituirsi all’autonomia comunale su un progetto di tale portata a pochi mesi dal voto popolare.

Rifare completamente il nuovo ospedale dove già c’è il vecchio comporterebbe molti vantaggi. I lazzaretti degli appestati delle città premoderne erano solitamente costruiti fuori delle mura, in luoghi isolati di solito a est delle città e per l’appunto dedicati a San Lazzaro. Al contrario, le strutture di cura – gli ospedali – erano situati nei centri al pari delle università che assistevano e accoglievano i malati. Dal punto di vista urbanistico, l’ospedale oggi costituisce un volano che rigenera l’economia urbana animando interi quartieri. A differenza di altre strutture – quali aziende, uffici e università – gli ospedali operano ventiquattrore al giorno ospitando degenti e parenti, adunando personale e studenti. La città attorno all’ospedale vive sempre e proliferano le attività collegate: centri di riabilitazione, negozi, farmacie, associazioni. Svuotare centri urbani di un’attività essenziale e radicata è una decisione rischiosa dal punto di vista urbanistico. In numerose città europee e americane (nel Bronx, per esempio) le amministrazioni hanno favorito l’insediamento di ospedali in aree urbane al fine di rigenerarle proprio per gli effetti indotti che creano.

Per costruire un nuovo ospedale efficiente secondo alcuni parametri semplificati, ma avulso dalla città e dai servizi indotti, basta applicare vecchi progetti standard e costruire nuovi viadotti a causa del traffico che genera. Rinnovare le vecchie strutture, minimizzare i disagi dei lavori, organizzare con metodi scientifici avanzati spazi, mobilità (anche virtuale) e attività, recuperare edifici storici per trasformarli in luoghi di cura, richiede maggiore competenza e nuova ricerca. È necessario operare con personale nuovo e secondo percorsi inediti tenendo in considerazione anche nuovi modelli organizzativi e la vivibilità degli ambienti fondamentale al benessere del malato tanto quanto farmaci e macchinari. Questi cambiamenti favorirebbero un necessario progresso nell’economia della conoscenza e confermerebbero Padova all’avanguardia in un settore oggi strategico. Invocando la fretta e trascurando opportunisticamente la manutenzione, si rifiuta invece di riconvertire idee e tecnologie e ci si adagia sui vecchi schemi perdenti, sulle soluzioni facili e affaristiche anziché su quelle innovative e aperte alla cultura internazionale più avanzata.