Mose, ex sindaco Venezia: «mai preso soldi, invenzione pura»

Per la campagna elettorale a sindaco di Venezia «non ho mai ricevuto somme di denaro dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati nè da altri. E’ una invenzione pura». Lo ha detto l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, imputato nel processo Mose per finanziamento illecito dei partiti che, secondo l’accusa, forte delle dichiarazioni di Mazzacurati e del suo segretario Federico Sutto avrebbe ricevuto oltre mezzo milione di euro nel 2010 di cui solo una parte regolarmente registrata.

Orsoni è comparso, oggi, davanti al collegio del Tribunale di Venezia, presieduto da Stefano Manduzio, dove alle domande del Pm Stefano Ancillotto ha rispondo con molti «può darsi», «forse», «non ricordo» ma sottolineando come il suo rapporto con Mazzacurati, datato precedentemente alla sua candidatura a sindaco e del tutto professionale, sia andato guastandosi nel tempo per una visione diversa sull’operato rispetto al Mose, con l’uso dell’Arsenale, ed altre operazioni. Tanto che «Mazzacurati rancoroso e vendicativo – ha detto Orsoni – me l’ha giurata».

Orsoni ha riferito di non aver mai ricevuto in casa propria Mazzacurati, ma solo in uno studiolo del suo palazzo e che gli incontri erano tutti in sedi istituzionali. Per Orsoni era stato lo stesso Mazzacurati a proporre di supportarlo citando le aziende che conosceva. Per l’ex sindaco quindi i finanziamenti erano iniziativa dell’ex dominus del Cvn mentre tutti gli aspetti finanziari ed organizzativi della sua campagna elettorale facevano capo alla struttura del Pd «che mi ha trovato segretaria – ha detto – porta voce, e società di promozione pubblicitaria. Non mi sono mai domandato – ha precisato – quanto sia costata la campagna elettorale e mai l’ho voluto sapere». In sede di dichiarazioni spontanee Orsoni ha detto che circolava voce ben prima dell’avvio degli arresti del 4 giugno 2014 del suo coinvolgimento tanto da aver chiesto per questo più volte di essere sentito in Procura. Una richiesta accolta ma mai formalizzata, se non con un appuntamento poi disdetto dalla Procura stessa, alla vigilia dell’arresto.

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