«Per salvare Venezia ci vuole la “cura Londra”»

L’ex assessore al turismo Peres: «il vero ostacolo per governare il turismo? Gli elettori». La soluzione? A Marghera

Venezia a numero chiuso, con la rigorosa applicazione dei più avanzati sistemi di gestione dei flussi turistici? Scelta impraticabile per le sue implicazioni politiche. E comunque, ormai fuori tempo massimo. Allora, Venezia inesorabilmente destinata a diventare una sorta di Disneyland, un mostro che fagocita, digerisce e ripropone orrendamente banalizzata e falsificata l’esperienza civile e sociale, culturale e urbanistica della Serenissima, unica nella storia? Un declino che è nei fatti, se è vero che già 15 anni fa, quando viveva poco distante da Campo Sant’Angelo, gli capitava di essere fermato sul far della sera da qualche turista, che gli chiedeva qual era l’orario di chiusura. Non di un museo o di qualche monumento. Di tutto, della città nel suo insieme.

Armando Peres non le ha mandate a dire. Era passato per la libreria Galla di Vicenza qualche sera fa a presentare il suo ultimo libro, “Futurismi” (Hoepli Editore), scritto a quattro mani con la giovane studiosa Martha Friel (vicentina trapiantata a Milano, dove insegna Comunicazione degli Eventi alla Cattolica), e avrebbe voluto restare sul tema dell’incontro e del libro, cioè una “visione” e un’analisi delle possibilità di sviluppo di un’attività economica sempre più decisiva in tutto il mondo e in crescita costante. Ma il problema del controllo del turismo a Venezia, sempre più caldo e attuale, è un argomento al quale non si è sottratto. E d’altra parte, lui è uno che può parlarne a buon diritto. Perché è uno specialista, certo, con una decennale esperienza di presidente del Touring Club, una cattedra di Politiche del turismo alla facoltà di Arti, turismo e mercati dell’Università IULM, la presidenza del Comitato Turismo dell’OCSE a Parigi. Ma anche perché i problemi di Venezia li ha conosciuti in diretta personalmente, come assessore al turismo nella giunta di Paolo Costa, fra il 2003 e il 2005.

A precisa domanda, durante la presentazione vicentina, Peres non ha nascosto le sue perplessità di fronte alla sortita di Zaia (numero chiuso), facendo capire che la situazione è da tempo fuori controllo, nel senso che nessuno davvero ha avuto finora la volontà oltre che la capacità di controllarla. È una crisi a cui non può rispondere neanche la scienza della gestione dei flussi. Per le caratteristiche dell’immensa massa che ogni anno aggredisce la città, tali da determinare lo sviluppo di interessi commerciali sempre più settoriali e altrettanto privi di regole. In altre parole, ha detto Peres al pubblico che affollava la presentazione del suo libro, «non è che noi quindici anni fa non avessimo pensato alla gestione dei flussi, e del resto Paolo Costa era un sindaco che come pochi altri, essendo un tecnico, poteva mettere mano a questo progetto. Ma è stato chiaro ben presto che il vero ostacolo era politico. Anzi, dirò meglio, elettorale. Tutti quelli che a Venezia vivono sul turismo, votano. E se gli riduci il volume di affari, chi voterebbero?». Raggiunto successivamente al telefono, Armando Peres da un lato conferma il pessimismo razionale della sua visione, dall’altro offre qualche suggestione ulteriore, di notevole interesse.

«Sembrerà paradossale», spiega, «ma la situazione attuale è almeno in astratto fra le più felici dal punto di vista strategico. Il raddoppio del Canale di Suez agevolerà la grande ondata delle esportazioni cinesi verso l’Europa, e Venezia ha un’area, Marghera, che potrebbe diventare uno sbocco strategico per questi movimenti commerciali, se ci fosse la capacità di puntare sul suo recupero nel senso appunto della creazione di un grande porto mercantile. Come sempre il problema in queste strategie sono i dubbi, le incertezze di chi potrebbe avere un ruolo è non è sicuro di volerlo sostenere. Così poi va a finire che chi punta su queste dinamiche va altrove, dove si decide più in fretta e con maggiore efficienza».

Ma che cosa c’entra l’idea di un grande porto a Marghera con un turismo invasivo e devastante?
«C’entra, se si considerano le cose nella loro complessità. Per come la vedo io, Venezia dovrebbe adottare nei confronti del turismo la cura che ha scelto Londra, che è meta turistica anche maggiore, sia pure in un contesto certamente più ampio e meno delicato. Intendo dire, che per riuscire a gestire il turismo in situazioni così critiche, bisogna riuscire ad allontanarsi dalla logica della vocazione monotematica, bisogna costruirsi la capacità di esprimere vocazioni altre, diverse. Londra non è solo un hub turistico, è anche, ad esempio, una capitale mondiale della finanza. Se Venezia tornasse ad avere una vocazione commerciale, ci sarebbe un riequilibrio delle dinamiche economiche che farebbe solo del bene al turismo».

Si tratterebbe di uscire da una deriva secolare. Filippo Tommaso Marinetti l’aveva colta nel suo celebre manifesto “Contro Venezia passatista”, una provocazione che dopo oltre un secolo dice ancora qualcosa, oltre il gusto del paradosso modernista. Per esempio, aveva puntato il dito contro i “piccoli commerci loschi” dei veneziani. Che magari tanto piccoli oggi non sono neanche più…
«Ci vogliono regole, è chiaro. Una norma sulle affittanze, che raddrizzi le storture di oggi, con la città che per mettere se stessa a pigione espelle i suoi abitanti. Un piano regolatore del commercio che tagli il legame fra domanda e offerta entrambe di bassa qualità. Se Venezia ritrovasse altre vocazioni oltre al turismo, si salverebbe».
Per riuscire a farlo, chi governa la città dovrebbe chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie e non pensare alle elezioni, perché comunque, conclude Armando Peres, «limitare i turisti rimane un’operazione tutta e solo politica».