Renzi il Bomba? Zaia il Bombardino (di una sacrosanta autonomia)

Il Governator sa benissimo che il Veneto non potrà mai diventare come Trento e Bolzano. Il referendum è politico, su di lui. Ma per un principio giusto

Altro che Matteo Renzi, il Bomba (a salve): il vero paraguru è Luca Zaia, il Bombardino. La spara alto sapendo che potrà arrivare molto più in basso: con il referendum consultivo per l’autonomia «il Veneto diventerà come Trento e Bolzano», promette. Ossia come le Province a statuto speciale che si tengono in saccoccia nove decimi delle tasse, vivendo alla stragrande. Lo capisce anche un infante che la richiesta non potrà mai ottenere un sì dallo Stato centrale, con cui bisognerà comunque trattare dopo il voto.

Questo anche se Zaia dovesse farsi investire da un mandato plebiscitario (e chi voterebbe mai di no ad un generico quesito che chiede semplicemente se si desidera maggiore autonomia?). Anche dovesse scendere a Roma forte di milioni e milioni di voti (quello organizzato da Plebiscito.eu nel 2014 ne raccolse 2,2 milioni, per altro molto contestati). Perchè le richieste finanziarie (contenute nella delibera 315 del marzo 2016: «Spettano alla Regione, oltre alle singole devoluzioni di gettiti per specifiche funzioni e agli attuali tributi propri, le seguenti quote di compartecipazione ai tributi erariali riscossi nel territorio della Regione stessa: 1) nove decimi del gettito dell’Irpef; 2) nove decimi del gettito dell’Ires; 3) nove decimi del gettito dell’imposta sul valore aggiunto») sono ovviamente irricevibili, da parte di un qualsiasi governo che tenga fede all’articolo 5 della Costituzione («Repubblica una e indivisibile»).

E’ chiaro come il sole che se, per ipotesi del terzo tipo, si realizzasse il “programma massimo”, significherebbe che il residuo fiscale del Veneto (20 miliardi, secondo Zaia) resterebbe quasi tutto qui. Per fare un confronto, l’infrazione europea sul bilancio italiano è per 3 miliardi e fischia. Traduzione: l’Italia salterebbe in aria (e figuriamoci se riuscisse nell’impresa anche la Lombardia: tanto vale tornare alle Signorie e alla Repubbliche marinare, il che per alcuni versi non sarebbe male…). Altrettanto ovvio che gli indipendentisti che sognano la secessione siano favorevoli. Un po’ meno ovvio è che Zaia illuda il popolo. Intendiamoci: che il federalismo fiscale sia un principio di equità, ancor prima che di ragionevolezza, solo un incallito centralista neo-sovietico (o neofascista) potrebbe negarlo. Ma l’obiettivo è palesemente impossibile, sempre se si voglia stare nei confini della legalità costituzionale. Zaia la spara alta, cioè la spara grossa.

Dice: puntare al massimo per conquistare, almeno, il minimo. Cioè che almeno parte di quei soldi rimanga a disposizione del territorio che li versa. Giusto. Ma si dica questo, non si straparli di «modello Trento-Bolzano». Perchè è semplicemente una balla, utile a Zaia come slogan di una sua personalissima campagna elettorale che durerà per buona parte del 2017. Un vero e proprio referendum su di lui. Un po’ come per Renzi è stato quello, perso e male, sulla riforma della Carta – con la differenza che per Zaia la battaglia è in discesa: all’uomo piace vincere facile.

Solo per tale motivo saremmo tentati di fare quel che Zaia teme di più, e cioè disertare le urne: la sua sfida, infatti, non è il sì (scontatamente trionfale) o il no, è portarci quanti più veneti possibile, di tutti i colori politici. Detto ciò, tuttavia, l’autonomia è un valore e un bisogno troppo importante per non approfittare dell’occasione (anche se costa 14 milioni: andiamo a vedere quanti altri ne buttiamo strutturalmente, cari i miei ragionier Fantozzi?). E ridetto ciò, onore all’unico consigliere regionale, il democratico Graziano Azzalin che coerente fino in fondo, invece di fare la manfrina di uscire dall’aula o la figura vile di optare per l’astensione, ha votato no. O sì o no. Chi scrive dice sì. Pur non bevendosi i bombardini propagandistici del Governatòr.