Spano dimesso. E speriamo l’Unar dismesso

Un ente pubblico che si batte contro emergenze inesistenti non ha senso. Come non lo hanno certe ridicole difese da parte del mondo gay

Francesco Spano non doveva dimettersi dalla direzione dell’Unar, l’Ufficio antidiscriminazioni della Presidenza del Consiglio del Ministri? Ho letto l’intervista rilasciata a questa testata dal giornalista Francesco Lepore (clicca qui), e non ci volevo credere. Com’è possibile, mi sono detto, che si arrivi a negare l’evidenza? Per quanto mi riguarda, infatti, l’ex direttore dell’Unar ha fatto benissimo ad andarsene. Anzitutto, direi, per quel cappottino arancione.

In secondo luogo perché il punto, qui, non sono le tendenze sessuali di alcuno ma il fatto che un ente alle dipendenze della Presidenza del Consiglio dei Ministri abbia di fatto indirizzato denari pubblici – assurdo cavillare sul fatto che siano statali o europei, sempre pubblici sono – ad una realtà con circoli, stando a quanto emerso nel servizio delle Iene, a base di dark room e glory hole. Una realtà, come se non bastasse, a cui l’ex direttore dell’Unar era iscritto. Questo è, signori. Dunque ha fatto benissimo il Nostro a rassegnare le dimissioni, anzi fossi in lui non avrei neppure aspettato la messa in onda di un’intervista osservando la quale era chiaro tutto il suo imbarazzo.

Che poi la prostituzione non sia un reato, che uno abbia o non abbia inclinazioni omosessuali, che i fondi non siano ancora stati materialmente liquidati, scusate, che c’entra? Occorre per forza violentare la logica, pur di negare l’evidenza? Non so, a me pare un atteggiamento poco serio ancorché diffusissimo, in queste, ore da parte di certo associazionismo che, a quanto pare, si sente toccato da vicino da questo scandalo. Senza dimenticare – tornando all’Unar – che a questo punto sarebbe probabilmente più opportuno un provvedimento drastico: il suo scioglimento. Quale, infatti, il senso di un ente costoso e che si batte contro emergenze inesistenti?

Sì, inesistenti. Perché se da un lato è innegabile che si verifichino, talvolta, episodi di razzismo nel nostro Paese, dall’altro è innegabile come l’Italia, nel suo complesso, razzista non sia. Parola dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo (Odihr) dell’Osce, che in un suo rapporto ha messo in evidenza come gli episodi di razzismo e xenofobia segnalati nel nostro Paese nel 2014 ammontassero a 413, numero da non sottovalutare ma assai più basso di quelli registrati in Francia (678), Finlandia (829), Germania (2.039), Svezia (2.768) e Regno Unito (43.113), tutti Paesi solitamente osannati come più avanzati e civili del nostro.

E oltre che non razzista, l’Italia, non è manco omofoba. Non lo dice il Vaticano o qualche oscurantista ma il Global Attitudes Survey on LGBTI, maxi indagine dell’ILGA – acronimo che sta per International Lesbian and Gay Association, non proprio un’associazione tacciabile di omofobia – effettuata a livello globale in oltre cinquanta Stati, dalla quale è emerso, tra le altre cose, che l’ipotesi dell’avere un vicino di casa omosessuale creerebbe problemi a non più del 22% degli Italiani.

Sempre troppi, dirà qualcuno. D’accordo, ma è quasi la stessa percentuale degli osannati Stati Uniti di Obama (21%), la stessa della Francia e comunque una percentuale minore, per esempio, di quella registrata in Inghilterra (26%), Paese considerato un autentico faro in tema di diritti civili (non a caso prevede la cosiddetta “maternità surrogata” da decenni). Dite che non è vero, che dell’Unar c’è bisogno perché le discriminazioni sono all’ordine del giorno? Benissimo. Fuori i dati, allora. Ma dati seri, grazie. Perché di fuffa, in questa storia di chiacchiere, soldi e carriere andate a puttan*, se n’è già vista abbastanza.

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