Baita: «Mose? Dieci volte Mafia Capitale»

Venerdì sera, Piergiorgio Baita, ex manager della Mantovani e uomo chiave dell’inchiesta Mose, ha risposto alle domande del pubblico durante la presentazione del suo libro, scritto insieme alla giornalista del Sole24Ore Serena Uccello, intitolato “Corruzione. Un testimone racconta il sistema del malaffare” (Einaudi). Come riporta Sabrina Tomè, sul Mattino di oggi a pagina 12, nonostante l’inchiesta rischi di cadere in prescrizione, per Baita « non è stato inutile perché la prescrizione è solo quella della pena: il fenomeno scoperto dalla Procura di Venezia rimane, indipendentemente dagli esiti giudiziari. E quando la Procura fa luce su un caso di corruzione, offre l’occasione per cambiare il sistema». Baita sostiene che il Mose è dieci volte Mafia capitale, «quantitativamente, con riferimento alle cifre che giravano. È un fatto matematico» e di aver deciso di scrivere un libro «per esporre un punto di vista diverso sulla corruzione. La cronaca giudiziaria non dà spiegazione al fenomeno e l’azione giudiziaria non basta a risolvere il problema. Perché la corruzione non è solo quella codificata come reato: è tutto ciò che altera lo sviluppo del normale processo economico».

L’ingegnere ritiene che il Mose sia un esempio classico di come la ricerca del consenso che accompagna le grandi opere apra le porte alla corruzione: «se per fare il Mose bisogna anche rifare le chiese di Venezia, alimentare la Fenice, sostenere le mostre di pittura, è certamente opera meritoria, ma col servizio Mose non c’entra nulla. C’è così un problema di uso dei soldi pubblici non finalizzato al servizio. Ecco, quello che lega il ’92 di Tangentopoli, al 2014 del Mose è il fatto di essere intervenuti soltanto sull’aspetto giudiziario e non anche su quello economico della corruzione». Per Baita, «oggi il potere vero ce l’hanno i tecnocrati, non i politici. Nessun politico riesce a condizionare un processo amministrativo senza l’apporto dei tecnici. La politica è manovrata dalle grandi tecnostrutture, ha bisogno dei tecnici perché non conosce, non sa, è superficiale. Il ’92 tocca solo le segreterie politiche, i tecnici rimangono intonsi. Il Cvn comincia a rendersi autonomo rispetto ai propri soci nel ’92, quando le tecnostrutture non toccate assumono il potere. Il Mose è sopravvissuto col Cvn a 16 governi. Il fatto è che la gogna dei politici può essere un terribile alibi per non mettere mano ai meccanismi». Infine, a proposito di Mazzacurati, afferma: «ha messo in piedi quel sistema che in parte non condividevo, anche se mi ci sono adeguato. Ora dicono che ha demenza senile, ma fino al giorno prima dell’arresto aveva la coda nelle agende delle persone più importanti del Veneto e dell’Italia che gli chiedevano appuntamento».