«Rock? Ancora vivo. Ma non grazie ai ragazzini malati di “selfie”»

L’Officina degli Angeli è stato l’ultimo tentativo di tenere in vita la “scena” a Verona. Il gestore: «chiuso perchè il “cuore” non paga»

Il rock non è morto, ma non si sente molto bene. Fortuna che ci sono ancora i rockettari veri – non “di passaggio” – che imperterriti e pagando letteralmente un alto costo, provano comunque a proporlo nonostante tutto: portafogli vuoti, clienti più giovani senza autentica passione, orizzonte già storicamente di nicchia, e sempre più di nicchia. Cristiano Tommasini (in foto), 34 anni portati da rocker, ha fatto l’ennesimo tentativo di tenere in vita la “scena” (il giro di band, fan, appassionati) a Verona con l’Officina degli Angeli, il locale a Negrar di cui è stato prima direttore artistico e poi gestore, che ha dovuto chiudere i battenti lo scorso 26 dicembre dopo un anno e mezzo di lotta: «stava morendo la scena qui a Verona, non c’erano locali adeguati. Come non ce ne sono ora. Ma se tornassi indietro, lo rifarei, anche se ho capito che il business non va d’accordo con l’attività di cuore. Perchè sono una testa di cazzo: vuoi mettere avere un palco, un backstage, un bar, insomma un parco giochi a disposizione?». Effettivamente…

Cristiano è un bassista, suona in due band (O’ Ciucciariello, SinCircus), ed è musicista «da quando ho 6 anni, e ci vivo, ci pago le bollette», anche ora che ha un figlioletto di 2 anni. E in Italia vivere di musica non è scontato. L’idea di prendere in mano un locale per concerti dal vivo è quindi stata naturale: «abbiamo sempre e solo proposto gruppi che fanno musica originale propria, avremmo fatto due o tre serate al massimo con cover o tribute band» (le più detestate dalle band che faticano a emergere anzichè rifare il repertorio di quelle più famose). Ma, come molti altri tentativi fatti in passato, lo scoglio è stato il momento dei conti: «con un locale di media grandezza, da 300 posti, con 7 frighi e spese che alla fine erano in media di 1000 euro al giorno, non ce l’abbiamo fatta». E non perchè non ci fosse clientela: «la gente ce n’è sempre stata tanta, ma non consumava». La politica dell’Officina era di mantenere gratuito l’ingresso («a parte qualche rara eccezione: mettere il ticket avrebbe voluto dire svuotare il locale a priori»), e perciò «il sostentamento veniva solo dal bar». Il richiamo del rock (ma anche del reggae, del funky ecc) non bastava.

La scelta di tener duro sulla “linea” contraria a serate commerciali («non ci vedo la mia persona a farle, non fa per me») alla fine ha fatto pagare il prezzo della chiusura: «diciamo che quanto a “gloria”, io e il direttore artistico Andrea Sartori almeno abbiamo la soddisfazione di aver dato la possibilità di suonare, in più di 200 concerti, a gruppi di qualità, della zona e internazionali» (fra cui il chitarrista degli Skunk Anansie, Rudi Protrudi, Mondo Generator, Nashville Pussy, Karma To Burn…). Eppure… «Eppure, da una parte ci sono quelli della mia generazione, dopo i 30 anni, che sparisce, a parte lo zoccolo duro fatto soprattutto a loro volta di musicisti, e dall’altra i pischelli che sì, vengono a vedere i concerti, ma non spendono. Dipende anche dal genere: con lo stoner, la psichedelia, il punk, è un po’ come ai nostri tempi, mentre coi generi più easy, l’indie, il soul, il blues…», con questi è più difficile.

‘Sti giovinastri smidollati… «Ma sì, pensano più a farsi i selfie. Ti dico questo dato allucinante: ho fatto suonare gruppi di apertura che avevano sotto i 25 anni: nessuno andava a parlare con la band internazionale a cui faceva da spalla, o con noi gestori. E’ capitato con Nick Oliveri (Mondo Generator, ex Queens of The Stone Age, ndr): “nessuno mi ha lasciato un disco da ascoltare”, ci ha detto stupito. Avrebbero avuto l’occasione di agganciarsi per fare rete, tirar giù contatti ecc, e invece niente. I nati nel digitale hanno più l’ossessione dell’immagine e di comunicare che non la voglia di sbattersi, prendere il furgone, macinare kilometri». La vecchia cara sporca vita on the road. Che è l’essenza del rock. Keep us on the road, dicevano i Mötorhead.