Dj Fabo, neghereste la libertà di morire a chi non vive più?

Il caso dell’uomo che ha scelto il suicidio assistito in Svizzera ci mette di fronte a interrogativi inquietanti. Anzi, all’interrogativo per eccellenza

Parafrasando Albert Camus, giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della vita. Fabio Antoniani, “Dj Fabo” come abbiamo imparato a conoscerlo, ha deciso di porre fine alla sua in una clinica in Svizzera, paese dove il suicidio assistito (o “omicidio del consenziente”) non è reato come in Italia. Il suo caso lascia più domande che risposte. Ma senza le prime non si arriva alle seconde, per quanto possano rimanere incerte ed esposte al dubbio. Di fronte a drammi umani come quello di un 39enne, in passato pieno di vita, diventato tetraplegico e cieco per un incidente stradale tre anni fa (poteva muovere solo la bocca), ognuno può – ma anche deve – chiedersi quale sia il significato della sua morte. Scelta volontariamente.

E ognuno si risponde secondo la propria sensibilità. Per chi scrive, se l’esistenza un senso non ce l’ha – e lo sappiamo tutti, in fondo, che non ce l’ha e che a dargliene uno siamo noi, con le nostre credenze, i nostri sistemi di vita e le nostre culture, tutte sublimazioni della nostra biologica voglia di vivere – se insomma già da sani combattiamo contro l’Assurdo, come si può pensare che un essere umano, ancora vigile e cosciente ma privato dell’uso del proprio corpo, possa mantenere quella voglia? Se per principio il suicidio in generale è un errore, perchè “più si vive meglio è”, come si fa a negare la possibilità di morire in pace a chi non ha più la possibilità fisica di vivere, se non si può più neppure lottare per godere dell’esistenza, se non si è più in grado di fare alcuna esperienza normale tranne quella di sopravvivere, totalmente immobile e nell’avvilente ricordo del passato? Quella è vita? E come non rispettare la decisione, libera e responsabile, di chi non l’accetta più?

Cari lettori, rifletteteci: se il breve lasso di tempo su questa terra in sè è già una fatica di Sisifo, potrà mai essere felice un Sisifo che non può contare nemmeno sulle braccia e le gambe per portare il suo fardello? Ma in ogni caso: checchè ne dicano le nostre leggi (da rispettare, anche quando sono sbagliate come questa), non è ciascuno di noi il padrone ultimo della propria vita? Chi altri, sennò?

(ph: tgcom24.mediaset.it)