Quando l’oro sparisce come l’aria: i casi Vimet e Tecnigold

Cifre importanti, creditori potenzialmente beffati e magistratura in campo. Piaserico (Federorafi Vicenza): «inviato un warning ai nostri associati»

Un paio d’anni fai il crac della trevigiana North East Services, la società di trasporto valori di Luigi Compiano, aveva fatto il giro del globo. Non c’era solo l’ingente valore del rovescio societario, un centinaio di milioni di Euro. Ma a far notizia era stata l’asta delle decine e decine di pezzi rari, auto, moto, bici, memorabilia, che Sotheby’s aveva approntato affinché con le vendite si ripianasse parte del maxi-buco scaricato su una quindicina di imprese fra le quali Ikea. Il meccanismo del fallimento era stato tutto sommato banale: la società di trasporto valori, al posto che custodire per conto dei clienti quel ben di dio, se lo era tenuto, facendolo transitare nella disponibilità dello stesso Compiano che aveva acquistato una fortuna in automobili. Per converso sono passati pressoché sotto silenzio due casi in qualche modo analoghi. Casi in cui di punto in bianco molti clienti si sono trovati senza più i loro averi. O perché qualche ingente fornitura d’oro non è stata pagata, o perché metalli preziosi di terzi e lasciati in custodia presso una società di fiducia sono improvvisamente spariti.

É capitato con la Vimet Spa di Vicenza, con un’inchiesta giudiziaria tuttora in corso, di cui Vvox già aveva parlato ai primi di dicembre dello scorso anno. Tra gli addebiti che la magistratura muove alla società berica c’è quello di non avere pagato una maxi-fornitura di oro per una decina di milioni. Ne avrebbe fatto le spese, così racconta anche il GdV del 15 febbraio, la aretina Chimet. In base alla documentazione ufficiale presentata al Tribunale e depositata in Camera di Commercio, risulta che l’azienda, contrariamente a quanto certificato dai bilanci depositati fino al 31 dicembre 2016 nonché in base ai rendiconto delle situazioni mensili depositati in tribunale, non abbia più in giacenza una cinquantina di milioni. Cinquanta milioni di valore relativo a preziosi di cui circa 35 milioni di prodotto finito. Circa cinque milioni in prestito d’uso dalle banche. E dieci milioni di lingottini, ovvero oro fisico da investimento, depositato in custodia da piccoli risparmiatori.

Si legge nella proposta di piano concordatario, a pagina 10 punto 6.a1, che il magazzino consiste prevalentemente in residui di lavorazione, sotto forma di fanghi e cosiddette code di lavorazione per un valore presunto di circa 8,3 milioni in luogo dei circa 50 sopraelencati. A parte quella che sembra essere una palese contraddizione – per cui fino a ieri l’impresa diceva di avere in pancia una cinquantina di milioni salvo poi dichiarare di aspettare di ricavarne sì e no otto, andando a grattare l’oro incrostato nei laboratori di lavorazione ovvero da ipotetiche code di lavorazione – c’è un altro elemento che salta all’occhio. Possibile che a fronte di dati di bilancio e contabilità di magazzino firmati e depositati dagli amministratori negli anni passati e controllati dal collegio sindacale e dalla società di revisione, ci si accorga di un ammanco di tali notevoli dimensioni così,  all’improvviso?

Il metallo prezioso nelle aziende orafe viene gestito e controllato alla stregua del denaro contante delle banche utilizzando procedure e programmi gestionale sofisticati. Verrebbe da dire quindi che è altamente improbabile che dalla sera alla mattina sparisca un controvalore di circa 1.400 kilogrammi in oro senza che nessuno si accorga e che improvvisamente l’amministratore evidenzi questa ipotetico ammanco. Chi c’è dietro tale ammanco?

L’altra vicenda che ha fatto molto discutere gli addetti ai lavori riguarda la Tecnigold di Borso del Grappa, in provincia di Treviso. In data 26 febbraio 2016 in fase di verifica inventariale l’azienda si accorge improvvisamente della sparizione di circa mezza tonnellata d’oro. Così è scritto a pagina 13 punto D della proposta di piano concordatario. L’amministratore rassegna le dimissioni e l’azienda viene posta in fase di liquidazione. Il liquidatore, preso atto del rilevante ammanco delle giacenze d’oro, provvede a depositare, presso la Procura del tribunale di Treviso, un esposto, con il quale ha reso noto i fatti di cui ha preso conoscenza una volta assunta la carica sociale. Sempre il liquidatore per il giorno 11 aprile 2016 convocava l’assemblea dei soci della spa affinché deliberasse l’esercizio dell’azione di responsabilità nei confronti dell’ex amministratore unico. Al momento da parte dei creditori sarebbero in corso una serie di accertamenti per verificare il reale assetto proprietario dell’azienda: il timore è che quote rilevanti possano essere intestate presso società dislocate in paradisi fiscali.

I due casi hanno fatto discutere gli specialisti del settore: se n’è occupata Federorafi durante una riunione del consiglio nazionale. Lo conferma il presidente berico Claudia Piaserico che della stessa Federorafi è pure vicepresidente nazionale: «Per rispetto del lavoro della magistratura al momento non entriamo nel merito delle inchieste in corso. Va detto però che come Federorafi di quei due casi abbiamo parlato. Ai nostri associati abbiamo inviato un warning generico su entrambi i casi in attesa che da eventuali accertamenti sul piano giudiziario emergano altri elementi. Va precisato  comunque però che Vimet e Tecnigold non sono nostre iscritte».