«Don Milani continua ad aver ragione, la professoressa no»

Sul “Domenicale” del Sole 24 Ore stroncatura di Tomasin che ha per vero bersaglio De Mauro. Misconoscendo la lezione del prete di Barbiana

Per il centenario della pubblicazione di un libro che ha fatto storia, il “Corso di linguistica generale” di Ferdinand de Saussure, Lorenzo Tomasin ha scritto una mezza stroncatura sul “Domenicale” del Sole 24 Ore del 6 gennaio. Per i cinquant’anni delle “Lettera a una professoressa” di don Milani, lo stesso Tomasin ha scritto una stroncatura intera, sempre nel “Domenicale”, il 26 febbraio scorso, col titolo: “Io sto con la professoressa”. Il “Corso” di Saussure è l’opera che fonda la linguistica moderna. Tutto quanto di buono si è ricercato e scritto in linguistica negli ultimi cent’anni ha i suoi presupposti in Saussure, in particolare nella dicotomia sincronia: diacronia, di cui Tomasin ha messo in dubbio la validità. Il grande mediatore del pensiero di Saussure, è stato Tullio De Mauro che ha introdotto, tradotto e commentato il “Corso”, opera problematica perché non scritta dall’autore ma confezionata dagli allievi Charles Bally e Albert Sechehaye. Non solo in Italia, ma in molti altri paesi il Corso di Saussure si legge oggi con l’apparato di De Mauro.

Non dubito che Tomasin tenga qualche freccia pronta nel carniere da tirare al primo anniversario utile su De Mauro. Per adesso ha tirato un po’, ma solo un po’ a lato, ha tirato su don Milani. Tullio De Mauro, oltre che esegeta di Saussure, è stato il linguista del Novecento che più ha fatto per far conoscere il pensiero di don Milani, lo ha condiviso, ne ha fatto un’insegna, ha aperto con un grande, ispirato ritratto di don Milani il suo libro “Le parole e i fatti”, 1977. Lorenzo Tomasin, dice, ha riletto don Milani, “Lettera a una professoressa”. L’ha letto con un occhio al presente e l’altro al 1968, l’anno della contestazione generale.

“Lettera a una professoressa” è stato il libro più letto dai Sessantottini, più di Marx, più di Marcuse. Sarà per colpa sua, suppone Tomasin, che adesso siamo ridotti come siamo ridotti, convinto com’è che il ’68 sia all’origine di tutti i nostri mali, scolastici, soprattutto, e sociali. Il libro del priore di Barbiana e dei suoi scolari ha un soggetto ristretto e specifico: tratta delle bocciature che colpiscono i figli dei contadini alla scuole elementari, alle medie e dopo, e che facevano sì che, anche dopo l’istituzione, nel 1962, della Scuola Media Unica, la scuola italiana si potesse definire una scuola di classe, cioè non una scuola per tutti, ma la scuola della borghesia. Il libro ha forma di brevi lettere dei ragazzi alla professoressa che li aspetta alla scuola media a Firenze, pronta a bocciarne una buona parte. Assistiti dal Priore, armati di statistiche del Censis, i ragazzi scoprono i numeri e ci ragionano su bravamente. Quello che non fanno loro lo farà poco più tardi non un ragazzo di campagna, ma un primo della classe, sempre promosso (ma non ai concorsi universitari), De Mauro.

Leggiamo questa parabola da “Lettera a una professoressa”: «Non bocciare. Al tornitore non si permette di consegnare solo i pezzi che son riusciti. Altrimenti non farebbero nulla per farli riuscire tutti. Voi [i professori] invece sapete di poter scartare i pezzi a vostro piacimento. Perciò vi contentate di controllare quello che riesce da sé per cause estranee alla scuola». Don Milani è convinto che “Pierino del dottore”, figlio della borghesia, sia sempre promosso non per quello che impara a scuola, dove, certo, è uno scolaro attento, ma per quello che già sa da casa, come figlio di gente istruita. Gianni, figlio di contadini (ce n’erano quasi due miliardi nel pianeta, hanno calcolato i ragazzi sulle statistiche mondiali), è bocciato perché “non ha la lingua”, premessa necessaria per ogni apprendimento. La famosa professoressa si giustifica: lei ha promosso chi sapeva, bocciato chi non sapeva. Dicono i ragazzi di Barbiana: avrebbe dovuto fare come il tornitore coi pezzi che non volevano riuscire, lavorarci fino a poter mostrare rifiniti bene anche quelli!

Don Milani parlava di “poveri” e di “ricchi”, di “città” e di “campagna”, di dottori e di contadini. Un mondo diviso in due. Negli ultimi cinquant’anni il mondo è cambiato, dicono alcuni, più che nei venti secoli precedenti. Le classi sociali si sono rimescolate. Non possiamo più vedere il mondo con gli occhi di don Milani e dei suoi ragazzi, ma non possiamo nemmeno credere che le ingiustizie che li offendevano e li rivoltavano siano scomparse dalla faccia della terra. La prassi educativa moderna prevede ormai in tutti i paesi avanzati che la scuola non perpetui, ma cerchi di compensare la distanza tra i punti di partenza tra i bambini della diverse classi sociali. Prevede che ci siano statistiche sulla promozione sociale. Prevede pratiche speciali per i disabili. Sull’apprendimento della lingua da parte dei figli dei migranti si discute sui giornali, mentre di quella dei figli dei contadini fino a don Milani non ne parlava nessuno. In questo mondo nuovo, i problemi suscitati da don Milani non sono scomparsi. La sua voce chiama ancora, non più nel deserto. Ma Tomasin preferisce la professoressa.

Lorenzo Renzi
Accademia della Crusca