Maculan: «quella volta che ho portato via tutto da BpVi…»

L’imprenditore vinicolo di Breganze si racconta: gli inizi, i segreti, il carattere. Dice la sua su Renzi, sul referendum di Zaia, sul M5S. E sui vini francesi

Il rosso del Fratta e il giallo-oro del Torcolato, puri o mescolati nelle mille sfumature dell’arancione, sono presenti un po’ dappertutto negli ambienti della Cantina Maculan a Breganze: coprono intere pareti, e sembrano emanare quel persistente profumo che ti segue un po’ ovunque, nel regno di Fausto Maculan. «Benvenuti, accomodatevi pure, come andiamo?». Gli rigiriamo la domanda. «Eh, sto diventando vecchio, è diventata dura, ma bene. Una volta però avrei detto benissimo…».

La crisi che non passa, eh?
E’ diventato difficile: se in tasca non hai niente non puoi comprare niente. Oggi vendere è diventato molto, molto difficile. Qui come all’estero. Mi chiedo come faremo a venirne fuori. Se non c’è lavoro, non ci sono soldi: come fa a spendere la gente? C’è un clima di resa, di delusione. Dove sembra che nessuno voglia, possa fare qualcosa di risolutivo.

Chi l’ha delusa di più?
Beh, la lista è lunga. Sono nato in una famiglia di liberali, abbiamo sempre creduto in uno Stato a servizio della gente, delle imprese. Abbiamo sempre partecipato, anche quando per votare dovevi tapparti il naso… Come suggeriva Montanelli per la Dc. Ma non nel senso di restare chiusi rispetto ai cambiamenti. Ad esempio, sembrava che Renzi riuscisse a fare qualcosa: c’ho creduto, ma ha deluso. Come Berlusconi all’inizio, quando ci rassicurava dicendo che avendo già abbastanza soldi, non avrebbe rubato a nessuno… Prendiamo proprio lui: Fini, lo ha bruciato, Casini pure. Alla fine resti solo, orgogliosamente solo, ma remare contro tutti è dura, anche per un Berlusconi! Renzi, invece, era partito abbastanza bene. Nella situazione attuale ci sono scelte difficili da far digerire alle persone: o hai soldi o devi “potare”. Ma soldi non ce ne sono. Lui sembrava l’uomo adatto a far fare scelte coraggiose e anti-popolari. Come diceva Agnelli: “Solo un governo di sinistra può fare una politica di destra”. In Italia, appena tocchi qualcosa, devi vedertela con i sindacati, le associazioni, la base… Renzi, che era di sinistra, c’ha provato, ma non ce l’ha fatta, alla fine è rimasto isolato.

Molti votano il Movimento 5 Stelle appunto perchè delusi sia dalla destra che dalla sinistra.
Li vota chi è stanco del resto. Non è un voto con cui scegli qualcuno, è un voto con cui fuggi da qualcuno. Poi, è più facile dire che questo movimento “si farà”, ma vedi Roma: c’è un sottobosco di approfittatori, accaparratori, un “magna-magna” con cui devi fare i conti, chi può farcela veramente? La situazione è incancrenita.

Come vede il Veneto oggi rispetto a quando ha iniziato lei?
Sono partito negli anni Settanta, con difficoltà. Ma allora tutto era in crescita. Un appartamento costava 5 milioni e dopo un po’ ne valeva 10. Il lavoro c’era. Ieri parlavo con una ragazza, una ragioniera, che di mattina va ad assistere gli anziani in casa di cura, il pomeriggio riceve le telefonate del RadioTaxi, la sera serve dietro un bancone. Riceve un voucher ogni 2 ore. Tutto questo per arrivare a fine mese con qualcosa in tasca, salvo imprevisti. Ma come si fa?

Vogliamo chiamarlo col suo nome: sfruttamento?
Sì, lo è, ma quel che è peggio è che l’equazione un voucher per un’ora sarebbe insostenibile per il datore di lavoro. Siamo caduti dentro una trappola. Un meccanismo infernale da cui non riusciamo a sganciarci, da cui non vedo vie d’uscita. Stiamo raschiando il barile.

Eppure si parla di Industria 4.0, di innovazione…
Aria fritta! Oggi a 40 anni non trovi un posto di lavoro! E come sarà giù in Meridione se qui è così?

Dov’è la soluzione?
Non lo so. Speravo in Berlusconi, speravo in Renzi. Renzi aveva il 40%, pensavo potesse farcela!

Un Veneto più autonomo potrebbe essere una delle soluzioni, come sostiene il governatore leghista Zaia?
Mi piacerebbe, ma non succederà. Le autonomie oggi, vedi Spagna, non possono avere il peso di quelle storiche, nate dopo la guerra mondiale. Quelle nacquero da un accordo di dare-avere, furono un’operazione politico-commerciale, in un momento, però, in cui c’era qualcosa da spartire. Oggi, anche se nascessero davvero, non c’è nulla da scambiare, non rappresenterebbero la “rivoluzione” che promettono, quella del lavoro. Questa specie di rivoluzione di cui ci parlano è puro marketing. Ce ne vorrebbe una vera, ma poi nessuno ha ragioni abbastanza forti per farla. Siamo un po’ tutti vecchi democristiani, figli del “mettiamoci d’accordo”. Di fatto, il problema del lavoro genera tutti gli altri problemi. Ultimamente ai Veneti gliel’hanno mangiato un po’ Gianni, un po’ Consoli. Che sono veneti…

Gianni Zonin, intende? Anche lei ha perso soldi per il crack della BpVi e di Veneto Banca?
Grazie a Dio no! Ho bisticciato col direttore della Popolare parecchi anni fa, per un problema legato all’eredità di mia sorella. Il direttore non mi aiutò. Grazie a Dio.

Come “grazie a Dio”?
Era il 2005, il lascito di mia sorella aveva debiti su alcune banche e crediti alla Popolare. Volevo usare il credito per chiudere i debiti. Ma alla Popolare non volevano sentir ragioni. Fui chiamato dal direttore generale. Gli spiegai la situazione. Niente. Arrivai alle minacce: guarda che porto via tutto, guarda che vendo tutto! Niente di niente. Vendetti. Poi, su consiglio di amici, rimasi fuori anche dalla Banca Popolare di Marostica. Con Veneto Banca, invece, mai avuto rapporti.

Che idea si è fatto del crollo delle due banche?
Era assurdo che la Popolare continuasse a crescere in quel modo. La Cattolica era andata al 10%, altre, nelle migliori delle ipotesi, erano scese al 20%. Perché la Popolare no? Come faceva a crescere così? Le voci, i dubbi circolavano da tempo. Zonin rispose a tutti per iscritto: “noi siamo una piccola Svizzera”. Chi non lo seguiva si metteva nei guai, era emarginato, era fuori. In quel mondo, voleva dire essere morto e sepolto. Difficile non sentirsi condizionati.

Come nasce la storia dell’imprenditore Fausto?
Nasco commerciante e muoio agricoltore. Senza tessere. Il mio successo me lo sono costruito fuori da Vicenza e dal Veneto: a New York, a Milano. Sono l’unico figlio maschio, studio in collegio, ultimo a portare agli esami tutte le materie. Finite le scuole medie, vengo mandato da mio padre a Conegliano, alla scuola di enologia. Torno a casa e non mi va bene il lavoro che fa papà. All’epoca si facevano due vini: bianco e rosso, fine. In bottiglie da un litro con tappo a corona. Non c’è un mercato del vino in bottiglia. Il cliente finale era il negozio di alimentari. Voglio fare bottiglie da 0,75 con tappo di sughero. E’ un coro di no: “sei matto, dove vuoi andare, cosa ti sei messo in testa, Breganze, enologicamente, non vale niente!”. Alla mia prima vendemmia faccio licenziare l’enologo. Comincio a concretizzare il mio progetto, il modo in cui volevo essere viticoltore ed enologo io stesso. Faccio le mie prime bottiglie da 0,75. Non ne vendo una. Penso che dipenda dall’etichetta non molto accattivante, e cambio etichetta. Non succede niente. Provo a investire in comunicazione: ancora niente. Incremento la pubblicità, era il 1974, faccio passare qualche spot a una radio privata locale. Risultato: trovo il mio primo e unico cliente: il padre del radioamatore cui mi ero rivolto, all’epoca gestore della Trattoria al Cappello di Breganze. Allora mi sorge il dubbio: forse non sono un enologo così bravo… Torno a studiare enologia per fare un vino migliore e scopro così anche il segreto della comunicazione: se il giornalista è la canna del fucile, io sono la cartuccia. Se non faccio qualcosa che sia degno da comunicare, che cosa comunico? Ma prima di tutto devo fare un vino sempre migliore. Comincio a darmi da fare per assaggiare più vini possibili. Ma non mi basta. Voglio andare oltre il recinto di casa, assaggiare altro, confrontarmi, provare altri modi di fare e sono sicuro che così troverò anche il modo di fare meglio.

La qualità del prodotto prima di tutto.
Sì, ma che cos’è la qualità? La qualità, soprattutto allora, nel vino, è una faccenda molto personale, soggettiva, difficile da definire, soprattutto perché la cultura enologica di chi beve non è molto sviluppata. Così sento che, per poterla raggiungere, e vendere, devo trovare un modo per oggettivarla. L’unica via è quella del confronto, della conoscenza. Vado a conoscere Veronelli, mi presento, gli racconto la mia storia. Nasce una grande amicizia. La prima di tante altre che la mia voglia di imparare mi permetterà di intessere nel tempo. In Italia come all’estero. La più bella soddisfazione fu leggere, dopo tanti anni di sforzi, un articolo di Burt Anderson in cui il famoso giornalista enologico, affermava: “Fausto put Breganze in the map of the wine’s lovers”, Fausto ha messo Breganze nella mappa degli amanti del vino.

Quando ha raggiunto la qualità che cercava?
La prima bottiglia di successo arriva a fine anni Settanta, fu il Torcolato del 1977. Ma posso dire di essermi affermato solo verso la metà degli Ottanta. Anche grazie al colore.

Prego?
Parlando di qualità, c’è una città, in Francia, che prende il nome dal colore del vino che vi si produce: Bordeaux! Bordeaux è un colore. Un colore che diventò un’ossessione per me. O meglio l’identificazione tra il colore di un vino e un toponimo. Allora decido di andare a conoscere meglio questo posto, questo vino. Cominciammo a girare per le cantine. Bussiamo alle porte come pellegrini: “Bonjour, je suis un vigneron italien, je voulais savoir … come mai il vostro vino è così buono?”. Poi sono arrivate la Borgogna, l’Alsazia, la Champagne, i Rosati di Tavelle. Ovunque chiedevo di poter vedere con i miei occhi, mettere il dito, il naso. Guardavo, chiedevo, mi informavo bene e poi tornavo a casa e provavo.

L’Italia proprio non le bastava.
In questo mondo, bisogna ammettere una cosa: l’enologia di qualità l’hanno fatta i francesi. Ma finita l’ubriacatura francese, nel 1982 atterro a San Francisco. Voglio vedere la California che fa il vino e, con sorpresa, mi rendo conto che gli americani sono molto più vicini a me dei francesi. In Francia il viticoltore fa quello che faceva il nonno. L’americano deve costruire la qualità partendo da zero, un po’ come dovevo fare io. Là c’era la mentalità che mi piace, l’apertura, il supporto, la sfida.

E adesso? Sempre in giro a cercare e ricercare?
C’è una cosa con cui devo fare i conti: il tempo passa. Ovviamente, non sono io che divento vecchio, sono gli altri che sono più giovani di me (ride). Ho due figlie, Angela e Maria Vittoria molto in gamba, laureate in scienze agrarie, serie, impegnate in azienda. Ma appartengono a un altro mondo e mi sembra di non riuscire a motivarle come vorrei. Tutti cercano ancora Fausto, e finisco col rompere le scatole. Ma è più forte di me, faccio fatica a restare fuori.

Quali mercati conoscono il suo vino?
Il mio mercato è diviso in tre aree: un terzo Veneto, un terzo Italia, un terzo all’estero, in circa una cinquantina di paesi. Non c’è uno spaccio aziendale, perché ho molti collaboratori. Li rispetto, ma li controllo. Se vogliono i miei vini devono accettare anche i miei prezzi: compresa la grande distribuzione.

Lei ha una cucina quasi accanto all’ufficio. Che rapporto ha con il cibo?
Mi piace da matti! Siccome a casa non posso avvicinarmi ai fornelli, perché mi dicono che sporco troppe pentole, allora mi sono costruito un cucina tutta per me qui in Cantina. Diciamo che è diventato il mio hobby. Oggi, praticamente, il mio secondo ufficio è la cucina. E poi ho un altro hobby.

(Ci invita a seguirlo anche in un’altra stanza: la porta si apre su un enorme salone, lungo almeno una quarantina di metri. Semi-vuoto. Su un tavolo un borsone, lo apre e ne esce un grosso fucile ad aria compressa. Sulla parte opposta, attaccati al muro, dei piccoli fogli, con al centro tre piccoli bersagli, del diametro di 10 cm circa).
Con questo hobby riesco ad stare lontano da casa almeno 70 giorni l’anno! Per la gioia di Angela e Maria Vittoria.

Mi rivela un suo errore?
Bah, non saprei.. Ecco: ho fatto il vino novello (ride). Ho avuto qualche problema a causa della mia personalità… Il fatto è che sono stato “esposto” a tante esperienze, penso sia questo. Necessariamente, questo può ferirti, ma allo stesso tempo ti apre. Poi devi gestirne le conseguenze, facendo del tuo meglio. Io ci provo.

Qual è la regola più importante per lei?
Domani bisogna essere migliori di oggi. Sta tutto qui.

Tags: , ,

Leggi anche questo