Borgo Berga, la virulenza del giudice Gerace

Il gip ha risposto picche al procuratore Cappelleri: niente sigilli all’intero Borgo Berga. Con motivazioni discutibili. Politicamente discutibili

«Il Comune… dovrebbe procedere alla demolizione di tutte le opere abusive, compreso il tribunale… colla conseguenza di inenarrabili disagi per cittadinanza e istituzioni e un costo economico di insostenibile gravità», perciò è «auspicabile l’adozione da parte del Comune di un piano di recupero, e… alla correzione delle irregolarità… apparendo maggiormente proficuo per convenienza e decoro… incoraggiare il completamento degli edifici». Il Comune in questione è quello di Vicenza. Le opere abusive sono l’intero complesso di Borgo Berga, con dentro quello «schifo» (cit. Pippo Zanetti, assessore all’edilizia privata) del tribunale. Le “correzione” delle irregolarità, se capiamo bene, sembra indicare una qualche sanatoria. Il completamento degli edifici corrisponde a ultimare la costruzione di tre palazzine-scheletri dietro il Palazzo di Giustizia. Autore di tali dichiarazioni riportate oggi sul Giornale di Vicenza non è, come ci si potrebbe aspettare diremmo a occhio nudo, l’assessore di cui sopra, o un politico eletto rappresentante dei cittadini dai cittadini. No: è il giudice per le indagini preliminari Massimo Gerace, nelle venti pagine in cui nega al procuratore Antonino Cappelleri il sequestro totale dell’area di Borgo Berga (salvo il tribunale già pubblico, del Comune), richiesta fatta per evitare che proseguisse indisturbata la lottizzazione abusiva. Ma è lo stesso stesso giudice che il 4 novembre 2015 fece mettere i sigilli ad una parte, il lotto E, perchè mancando «un congruo e approfondito studio di compatibilità idraulica», nuove costruzioni avrebbero potuto «far sorgere un rischio assai maggiore di una possibile esondazione a valle della zona».

Abbiamo letto bene? Un magistrato che suggerisce all’amministrazione come amministrare? Noi eravamo rimasti che la Magistratura (scritta con la maiuscola) dovesse limitarsi ad applicare la legge. Non a indicare soluzioni alla politica. Domanda: chi fa proposte che attengono alla sfera politica, cosa fa? Politica. Ma una toga nell’esercizio delle sue funzioni non dovrebbe. Mai. Tanto meno dovrebbe scendere nell’agone a polemizzare. Gerace invece, nel motivare il suo niet alla Procura, si lascia andare ad un vero e proprio sfogo, alquanto virulento anzichenò, contro coloro (cittadini, associazioni, comitati, movimenti politici) che chiedono la demolizione: parla di «virulenza mediatica con cui talune radicali posizioni movimentiste ispirate a totale palingenesi vengono assunte e rappresentate in sede di comunicazione politica». E sì che «ove risultasse fondata l’imputazione, si tratterebbe di una violazione che, col suo enorme portato di soluzioni inappropriate sul piano dell’estetica del paesaggio, ha già in larghissima parte prodotto effetti pregiudizievoli per il territorio». Si tratta, lo dice chiaramente, di «effetti insanabili». Ma aggiunge: «o quantomeno reversibili a costo di radicali quanto sconvenienti e svantaggiose iniziative». Ma sconveniente per chi? Svantaggiose per chi? Se la legge prevede, fra le varie eventualità, la demolizione, l’opinione di Gerace che la scarta a priori è ininfluente. O è la legge ad essere “movimentista” e “palingenetica”? Senz’altro sconveniente e svantaggioso sarebbe il sequestro totale, secondo il gip, per il privato, Sviluppo Cotorossi: «un sacrificio inappropriatamente vessatorio» lo definisce.

Il 17 novembre 2016, in un’intervista a questo quotidiano online, il succitato assessore Zanetti affermava: «Sarei solo contento di avere gli elementi grazie ai quali poter demolire. Per demolire dovremmo acquistarlo tutto, fare una variante e poi potremmo abbatterlo. Quanto ci costerebbe? 30-40 milioni? 50? La Corte dei Conti ce lo consente? E se l’abuso non fosse tutto ma solo una parte? Se la sentenza lo confermasse, allora sì, si demolisce tutto. Ma il vero rischio che vedo è tenerci quegli “scheletri” per decenni». Sostiene Gerace: «Se il complesso è stato edificato attraverso un reato, quest’ultimo è stato portato quasi alle sue estreme conseguenze: tutto è stato realizzato. Per la collettività è preferibile ultimare le tre palazzine già edificate, piuttosto che lasciare lì per chissà quanti anni dei ruderi». Quel che non aveva esplicitato l’assessore, lo ha esplicitato con una certa virulenza il giudice. Lo ammettiamo: siamo confusi. Virulentemente confusi.