Arte a Vicenza, idee sbagliate sul Chiericati

Grande è la confusione sotto il cielo della cultura amministrata dal vicesindaco Bulgarini

Dopo le animate discussioni, nate dalla proposta di istituire il museo d’arte contemporanea nella recuperata sede dell’ex Fiera di Vicenza ai Giardini Salvi, e la secca risposta data dall’assessore alla Crescita, Jacopo Bulgarini d’Elci, favorevole alla riduzione di quest’area a spazio privato per ospitare negozi e ristoranti, si impone un’ulteriore riflessione. È chiaro che non esiste a Vicenza un luogo più adatto di questo per la realizzazione di un museo d’arte contemporanea. Che il Parco della Pace possa caratterizzarsi, come sostiene l’assessore, «oltre che come area verde anche come infrastruttura culturale, atta ad ospitare concerti, performance, e diventare un laboratorio artistico», non è idea peregrina, ma non risolve il problema del museo d’arte contemporanea, di cui si parla in città da trent’anni, anche con proposte concrete.

Sostenere che «il museo di arte contemporanea è una pazzia» e che «c’è già palazzo Chiericati che a breve ospiterà opere tra Duecento e primi anni Duemila», significa non rendersi conto dello stato di cose, non avere altre carte da giocare. Fare di palazzo Chiericati il contenitore universale di tutte le opere collezionate, dal Medioevo ai nostri giorni, questa sì è pura follia. Sono noti gli espedienti cui si è ricorsi, le forzature che si sono fatte, trasferendo le opere più antiche e prestigiose della Pinacoteca nelle asfittici ambulacri dell’ala novecentesca. E impossibile è prevedere come sarà allestita l’ala ottocentesca ancora da recuperare, dove tanti materiali dei secoli passati attendono di trovare una decorosa sistemazione. Ma come saranno disposti i quadri dell’Ottocento e del Novecento, e quelli del lascito testamentario di Neri Pozza e di Alessandro Ghiotto? E che destinazione avranno le donazioni che non mancheranno di accrescere il patrimonio pubblico?

Fernando Rigon, ex direttore del Museo Civico di palazzo Chiericati, aveva le idee chiare già un quarto di secolo fa, e il coraggio di esprimerle. Nella “Storia di Vicenza”, commissionata dall’Accademia Olimpica, concludeva il lucido intervento sui Musei Civici di Vicenza, oggi con queste parole: «Se tale lascito (di Neri Pozza) solleva, a livello di dibattito civico, il problema di una sede per il settore della pinacoteca dall’Ottocento ai nostri giorni – che in nessun modo può trovare spazio e ruolo in palazzo Chiericati e adiacenze – esso dovrebbe parimenti, nelle intenzioni di tutti, inaugurare una nuova epoca di rinverdita fiducia sulla “tenuta” della Pubblica Amministrazione e su un generale, rinnovato senso di responsabilità verso il passato e l’arte sia delle Amministrazioni stesse che dei cittadini, divenuti ora così attenti e spesso solleciti alla preziosa eredità figurativa che l’Italia offre al mondo».

Ma aveva prima scritto che «Il problema di fondo che è emerso in tutta la sua brutalità nell’impatto con l’età contemporanea e con le sue esigenze scientifiche e sociali è che palazzo Chiericati costituisce sede tra le più inidonee non solo per la conservazione, ma per la stessa esposizione – secondo criteri e accorgimenti moderni – del patrimonio artistico della città di Vicenza». Rigon non pensava certo a sedi alternative alla Pinacoteca di Palazzo Chiericati, metteva soltanto in luce le criticità oggettive, che avrebbero dovuto suggerire a chi è venuto dopo di lui di non cadere in palesi contraddizioni. Le recenti operazioni compiute su palazzo Chiericati riveleranno ben presto i loro punti deboli, dovuti a una miope politica culturale. Non si è tenuto conto soprattutto delle giovani generazioni, che avranno pure il diritto di conoscere la produzione artistica di un recente passato, prima di perdersi nella limacciosa palude di una provvisoria contemporaneità.

Nulla da obiettare, dunque, sul polo culturale per la sperimentazione e il confronto tra diverse espressioni artistiche contemporanee al Parco della Pace e sull’«idea dinamica di un laboratorio intorno a cui strutturare percorsi di produzione». Ma il museo e una galleria d’arte contemporanea sono un’altra cosa. Perciò è una sciocchezza dire che la questione è superata dal nuovo Chiericati, che è nuovo solo per il riallestimento di materiali antichi. Il buon senso avrebbe suggerito, semmai, che fossero le opere del Novecento a trovare collocazione nell’ala novecentesca del Chiericati, dove quelle antiche soffrono di una penosa claustrofobia.