Il memoriale Rigon: «unico in cda contro Zonin dal 1997»

L’ex vicepresidente fu ai vertici della BpVi per oltre vent’anni. In un rapporto a Bankitalia del 2001 raccontava quel che già allora non andava. Inascoltato

Il 11 ottobre 2001, l’avvocato Gianfranco Rigon inviò all’allora direttore di Vicenza della Banca d’Italia, Vincenzo Umbrella, una memoria per difendersi contro irregolarità di poco conto (sanzionate poi con 300 euro di multa…) riguardante la Banca Popolare di Vicenza. Troppo lontano nel tempo e quindi ininfluente rispetto ai fatti d’oggi? Io non credo. L’avvocato Rigon è stato per molti anni presidente dell’Ordine forense vicentino e per una ventina di anni, prima nel collegio sindacale e poi in cda per finire come vicepresidente, ebbe ruoli di primo piano nell’istituto di credito vicentino. Il documento segnalava a Bankitalia cosa fosse successo a Vicenza dopo l’avvento alla presidenza di Gianni Zonin. Nel 1999, Rigon si rese indisponibile alla riconferma come vicepresidente, per protesta contro la gestione, a suo dire autocratica, del presidente. Vediamo i passi salienti del “memoriale Rigon”.

Rigon fa notare a Zonin che «il pensiero unico» era segno di debolezza e ipocrisia. Muove critiche, rilievi, interrogativi: è l’unica voce che successivamente l’ispezione di Banca d’Italia riconobbe come non allineata. Dal 1999 non è più nel consiglio. Un esempio fu quello di Ferdinando Tonini, che Rigon definisce un «galantuomo»: già direttore di Bankitalia, profondo conoscitore delle cose bancarie, il cui «”allontanamento”» fu dovuto al fatto che ogni «tentativo d’interloquire con proposte alternative veniva considerato un atto di insubordinazione». E’ utile ricordare che dal 1996 al 2000, Zonin presidente, furono avvicendati quattro direttori generali (Gentilini, Santelli, Gallea e Grassano), vari capi contabili, due capi dell’area finanza e tre direttori del Sec.

Singolare un pre-pensionamento nell’ottobre del ’98 (attenzione alle date): il 15 settembre di quell’anno, dopo la trattativa riuscita per l’acquisto di una partecipazione in Bnl da parte della BpVi, furono tributati onori e riconoscimenti a Piero Santelli «per i suoi grandi meriti e per l’impegno straordinario da lui profuso per la conclusione dell’operazione». Poco dopo Santelli dispose una visita-controllo da parte dell’Ufficio Ispettorato BpVi alla Banca Bigest di Milano, all’epoca presieduta dal vicepresidente Bettanin che aveva sostituito il “dimissionato” Tonini.
In quell’occasione, scrive Rigon, egli chiese ai collegi sindacali della Popolare e di Bigest di riferire in consiglio sulla situazione economica di quest’ultima e sul fatto che numerosi investitori di fondi presso la Bigest fossero scontenti per l’andamento negativo dei loro investimenti. Chiedeva altresì spiegazioni sull’improvviso allontanamento del direttore Sporeni (Bigest) dopo solo un anno e mezzo dall’assunzione, con una «superliquidazione» di 150 milioni come premio più due anualità di stipendio.

Altro caso esemplare citato da Rigon quello di Giuseppe Grassano, che venne allontanato prima del Natale 2000. Qualche mese prima del suo dimissionamento da direttore generale, il cda deliberò di riconoscergli, pur non essendo prevista in contratto, una considerevole gratifica con queste parole di Zonin: «indubbiamente il dott. Grassano era il migliore, in senso assoluto, dei direttori generali che si fossero avvicendati nei 130 anni di storia della Bpvi». Dopo un paio di mesi, fu annunciato in cda l’«immediato licenziamento» per problemi di «incompatibilità» del presidente con il direttore generale. Precedentemente il direttore generale aveva presentato una relazione critica della gestione guidata dal cda del presidente Zonin. Rigon propose di sentire Grassano in consiglio per ascoltare la sua versione dei fatti. La proposta non venne accettata. Era il quarto direttore generale che saltava in quattro anni.

Ma Rigon segnalò molte altre cose. Elenchiamole in punti per comodità:
disparità di trattamento tra aspiranti soci normali e altri «amici». A quel tempo, 2000/2001, le azioni erano ancora ricercate.
– L’«appiattimento» del cda ai voleri e alle imposizioni di Zonin.
– La «non corretta e talvolta travisata o falsa verbalizzazione» di fatti e proposte discussi in consiglio.
– l’espresso dissenso di Rigon verso delibere che conferivano al presidente poteri straordinari «in ordine a spese voluttuarie finalizzate a conferire “visibilità” personale a Zonin»; il suo voto contrario ai bilanci preventivi e consuntivi 1999 e 2000; la rivendicazione per il consiglio a discutere in anticipo le decisioni, in quanto il cda «non dovrebbe essere un club di amici omologanti o un organo di ratifica»; la contrarietà di Rigon all’acquisto della Banca Popolare del Popolo di Trapani e della successiva costituzione della siciliana Banca Nuova.

Nel suo memoriale Rigon citava la famosa relazione degli ispettori di Bankitalia del 2001 in cui si denunciava «il modello gestionale di tipo verticistico» imputando ai consiglieri d’amministrazione delle «acritiche approvazioni delle proposte presentate». Come, ad esempio, i «clamorosi casi di conflitto d’interessi» delle operazioni Acta e Querciola (qui un approfondimento di Vvox). Concludeva l’avvocato: «il sottoscritto, quando nel giugno del 1997 scrisse al dott. Zonin che “non era disponibile a cantare in coro” era fin d’allora consapevole che la sua permanenza in seno al cda si sarebbe avviata ineluttabilmente verso la conclusione  perchè avevo anteposto la dignità personale alla servile sudditanza».

La famosa relazione degli ispettori di Bankitalia del 2001 venne ovviamente consegnata a chi dirigeva la banca centrale. Questa memoria di Rigon, come ci ha detto lui stesso, «non ha mai avuto alcuna risposta». Palazzo Koch, sulle banche andate in crisi e sotto indagine, assicura di aver fatto tutto il possibile. Ma, ammesso e non concesso sia così per l’oggi, siamo sicuri che abbia fatto tutto quanto in suo potere e dovere in passato, fin da allora? Siamo proprio sicuri che non si sarebbe potuto evitare quel bagno di sangue che si è verificato negli ultimi anni? No, non siamo sicuri. Con altre banche, a cominciare da Veneto Banca, la Banca d’Italia ha usato maniere più rudi. Sempre Rigon ci rilascia questa lapidaria dichiarazione: «la ritengo gravemente responsabile per omessa vigilanza su tutto quanto è avvenuto dopo». E tutti quei consiglieri d’amministrazione che udivano le sue critiche, e quelli venuti dopo che ne avranno avuto contezza, visto come girano le voci in questi casi, cos’erano, sordi e ciechi? Il memoriale Rigon sarà anche vecchio di 16 anni. Ma aiuta eccome a farsi domande attuali.