Tosi e il “lodo Atv”: «la democrazia muore nell’oscurità»

Il guaio dell’accordo coi milanesi per lasciare i tosiani al vertice della società dei trasporti è il silenzio di tutti gli altri attori politici

Quando un’intera città dorme, può succedere di tutto. Lo scrive anche il Washington Post ma va bene solo quando lo fanno gli altri, meglio se contro Donald Trump (“Democracy dies in the darkness”). Può anche capitare, ad esempio, che in una città veneta come Verona, il sindaco, a pochi mesi dalla fine del mandato, personalmente, senza nemmeno una delibera in consiglio comunale o in giunta, chieda al cda di una società partecipata (Amt) di impegnarsi a modificare lo statuto di un’altra società partecipata (Atv), con un semplice patto parasociale. E che non si muoverà foglia, anche se a tutti appare chiaro che, in cambio della perdita del controllo societario su Atv, l’unico risultato concreto per i veronesi sarà quello di conservare il posto ai vertici dell’azienda del direttore generale Zaninelli e dell’attuale presidente Bettarello, uomini di fiducia del sindaco Tosi.

In questa città accade pure che il presidente di Amt (socio al 50% di Atv), l’avvocato Ederle, preposto a formalizzare la richiesta del sindaco e la firma di tale patto con Ferrovie Nord Milano (gli acquirenti), non essendo un analfabeta di diritto è contrario all’operazione richiesta dal sindaco, e formalizza perfino con veemenza la sua opposizione con un voto contrario. Come fosse nulla. Così si può verificare che lo stesso presidente si rivolga a uno studio legale di fama nazionale (Zoppolato), il quale riporta più di qualche dubbio sulla regolarità della procedura e, anzi, prospetta che la conferma degli attuali presidente e dg di Atv «parrebbe introdurre un vantaggio a favore di tali figure avulso dal sistema». Nulla.

Può anche darsi che, senza che nessuno si interroghi o voglia andare in fondo alla questione, una decisione così importante come quella di cedere la governance dei i trasporti pubblici a Ferrovie Nord Milano per almeno i prossimi otto anni sia presa sulla base di un protocollo che impegna i nuovi proprietari a mantenere a stipendio gli attuali responsabili della gestione di Atv. Ma in questo modo anche la gestione del sospirato filobus sarà affidata ad Atv con pesanti ripercussioni sulla democraticità del trasporto pubblico veronese. La gestione del quale resterà nelle mani degli uomini di fiducia di Tosi a prescindere da chi sarà alla guida della città dopo le prossime elezioni. E può capitare infine che tutte queste decisioni, sulle quali Cantone farebbe bene a dare un’occhiata, abbiano il conforto di giuristi di chiara fama, ancorché abituali consulenti del sindaco, perché in una città che si rispetti il sonno tranquillo è garantito anche dagli ordini professionali.

Può anche darsi che nessuno voglia chiedersi il perché di una decisione così importante come il controllo della governance, almeno per i prossimi otto anni. Può succedere anche che le forze politiche, al di là di qualche rimbrotto d’occasione, in realtà non facciano nulla per impedire quello che è oggettivamente uno scandalo e uno sfregio alla convivenza regolata e civile di una comunità. E per non farsi mancare proprio nulla, anche i candidati a sindaco, che a breve si ergeranno ad alfieri del nuovo, tacciono, i giornali si guardano bene dallo scavare a fondo nella vicenda e a spiegare all’opinione pubblica perché tanta determinazione e urgenza nel chiudere un’operazione così poco trasparente. Ma non è questa certamente musica nuova, né per Verona, né per gran parte delle città del Veneto. Tutti assieme appassionatamente, questo è The Sound of Music.

C’è una deriva antidemocratica che percorre pericolosamente le nostre comunità. Sotto la patina di un decisionismo da operetta alcuni leader sono ormai soliti accumulare e forzare decisioni di nessuna utilità per i cittadini. Tosi non sarà il primo, né l’ultimo. Ci aveva già provato con la Fondazione Arena, che ha cercato di cancellare per far posto ai privati, dopo averla portata alla bancarotta sotto la guida di un suo uomo di fiducia. Lasciamo stare la delibera sul project financing dell’Arsenale, o il tentativo di salvare il tunnel.

A un passo dalla chiusura della baracca, le decisioni più importanti, quelle che sono rimaste a languire per anni, devono essere chiuse, ad ogni costo. Questi leader, apparentemente, ignorano che la velocità di approvazione dei provvedimenti è proporzionale al consenso, cioè alla capacità che i provvedimenti hanno di raccogliere i bisogni dei cittadini, e non alla poca trasparenza delle decisioni. E quindi si giustificano inopportunamente con la necessità di prendere decisioni ad ogni costo. Ma non funziona così. Non c’è bisogno di essere grillini per ritenere che le decisioni pubbliche devono essere condivise con i cittadini, non solo con gli amici e nemmeno solo con i propri elettori. «La libertà è partecipazione» diceva Gaber. Ma sarà dura che le cose cambino, anche dopo Tosi, se il livello degli attori alla prossima contesa per la carica di sindaco in terra scaligera manterrà anche solo in parte le pessime premesse dalle quali è partita.