Profughi, che fine fanno i minori non accompagnati?

C’è la sensazione che i responsabili del nostro governo non ce la raccontino giusta: una volta in Italia, di molti si perdono le tracce

L’Unicef lancia un grido di allarme per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno dei “minori non accompagnati”, vittime di abusi e di violenze di ogni genere lungo il viaggio tra l’Africa e l’Europa. Sorgono alcune domande: può un genitore mandare da soli i propri figli minori (anche bambini) in giro per il mondo, privi di protezione in un viaggio più pericoloso che avventuroso? Se il costo del viaggio è stato sostenuto da altri e non dai genitori, non sarebbe il caso di indagare sul motivo di tanta generosità e a chi derivano i vantaggi dell’investimento?

C’è la sensazione che i responsabili del nostro governo non ce la raccontino giusta, perché di un buon numero di questi minori una volta in Italia se ne perdono le tracce. Un dramma che si aggiunge ad altro dramma: nel nostro Paese abbiamo già il triste primato degli oltre 10 mila bambini svaniti nel nulla e per i quali si fanno le più preoccupanti e tristi ipotesi. Molte di queste creature indifese e inconsapevoli del loro destino (forse i più fortunati) finiscono in mano a degli essere spregevoli, che li vogliono introdurre nel mercato delle adozioni illegittime. Altri, ancor peggio, spariscono nell’enorme e torbido sottobosco della prostituzione minorile. Notizie di cronaca ancor più scandalose riferiscono di bambini i cui corpi, quasi fossero dei pezzi di ricambio, vengono utilizzati per il fiorente mercato del contrabbando di organi.

Bisogna che a tutti i livelli, governi e associazioni umanitarie affrontino seriamente il problema, perché quanto accade è incivile, inumano e non tollerabile. Vanno svolte indagini accurate e tempestive, bisogna trovare questi bambini e trasferirli subito in luoghi protetti, dove possono essere seguiti da psicologi, tenuti in osservazione, se serve anche curati, ma, subito dopo, devono essere dati in affidamento alle migliaia di coppie, che ne fanno richiesta, evitando la penosa, a volte lunga e negativa permanenza in stituti, che non sono adatti a far crescere delle creature già fragili per il loro sia pur breve vissuto.