Montecchio, i vivaci cromatismi di Marchesini

Il pittore locale ha inaugurato la stagione espositiva 2017 della Nuova Galleria civica

La stagione espositiva 2017 della Nuova Galleria civica di Montecchio Maggiore si è inaugurata con una mostra dedicata ad Andrea Marchesini, uno dei nostri più vivaci e attivi pittori. Figlio d’arte, il quarantenne Marchesini vanta una singolare formazione artistica, maturata sconfinando dallo studio della madre ai musei e gallerie di varie città europee, da Amsterdam a Londra a Barcellona, per concludersi a Roma: lunghi soggiorni durante i quali plasma il proprio carattere e le diverse intenzioni d’arte che via via si affacciano alla sua giovane mente, all’interno di un orizzonte culturale in cui le prepotenti pennellate di Van Gogh convivono con le dissolvenze luminose di Turner e le favolistiche effervescenze cromatiche di Miró. Né mancano a quest’humus denso di impressioni, suggestioni e fervori le riflessioni sul mondo arcaico delle regioni d’Irlanda e la lezione della classicità appresa a Roma.

Oggi l’artista vive e lavora a Barbarano Vicentino. L’esposizione curata da Giuliano Menato per la galleria montecchiana documenta esemplarmente la svolta che da qualche tempo Marchesini va imprimendo al proprio fare, intuibile sin dai dettagli di parecchie creazioni. Dopo anni di elaborazioni espressive governate da criteri assolutamente astratti e caratterizzate dall’esuberanza della materia cromatica, l’artista alle soglie della maturità trasforma la propria cifra stilistica, spinto da una rinnovata analisi di sé e del proprio modo di rapportarsi alla realtà, per soffermarsi infine a ripensare la figura, a specchio di quesiti e istanze d’ordine introspettivo. Di tutto ciò dà prova il titolo stesso della mostra, “Dipingere per capire la propria verità”: verità da definirsi in forma e sostanza rievocando implicitamente Aristotele, come sembra suggerire il curatore quando legge in questa pittura “l’aspirazione a una catarsi, al riscatto di un sofferto disagio esistenziale”.

Marchesini coglie il sostrato profondo di tale disagio e s’impegna ad esprimerne le ragioni in un linguaggio dove i riflessi memoriali, il portato dell’esperienza e lo scavo interiore sostituiscono l’insistente fasto cromatico e i ridondanti volumi del passato. Le creazioni recenti rivelano nell’artista un più accorto uso degli strumenti espressivi e una migliore consapevolezza delle proprie motivazioni. Si è fatto meno contrastivo l’amato gioco dei cromatismi; inoltre l’utilizzo di pigmenti naturali apre talora a soluzioni impreviste, come le velature stese parsimoniosamente a coprire le tele di supporto, che fungono da protagoniste creando superfici scabre su cui il pennello pare sostare con cautela. Così, in una visione d’insieme che raggruppa con apparente casualità patenti citazioni, Basquiat, Miró, Paladino, trasfigurate in forme simboliche accanto a brandelli di riferimenti antropomorfi e ad accenni a rituali liturgici di culture lontane, l’artista impalca un personale quanto complesso racconto pittorico, in uno spazio abitato da immagini sfuggenti.

Com’è ovvio, in un processo che vuol essere a un tempo esistenziale ed artistico si notano pure alcune confusioni, alcuni impacci lessicali o intuizioni non ancora efficacemente risolte in pittura, sicché non sempre la sua libertà inventiva riesce convincente. La corposa mostra di Montecchio ha il pregio di mettere nel giusto rilievo le qualità del lavoro di Marchesini, le peculiarità della sua ricerca e i buoni risultati raggiunti. Il ritmo serrato del percorso espositivo evidenzia le sue naturali doti di colorista, la capacità d’intessere opere spesso sorprendenti; ma va ascritto a merito della non facile operazione d’allestimento l’aver dato spazio anche alle incertezze e alle contraddizioni proprie di un talento totalmente immerso nel terzo millennio.