Lavoriamo meno e facciamo più cose: il reddito di cittadinanza ci sta

I parametri politico-economici non si sono adeguati alla rivoluzione (tecnologica, sociale, psicologica) del Tempo. Che è stata radicale

Una ricerca francese di Jean Viard rileva che un lavoratore occupato per quarantadue anni a trentacinque ore la settimana e una speranza di vita di 85 anni, lavorerà di fatto (incluse ferie, formazione, aspettative) circa l’8% della sua intera vita e il 13% della sua vita da sveglio. Cosa fa il resto del tempo? Ai tempi di Marx, Turati e Gramsci, il lavoro occupava il 70% del tempo da svegli di gran parte dei lavoratori. Nel corso di un paio di generazioni la parte della vita che dedichiamo al lavoro s’è drasticamente ridotta per motivi sociali e tecnici, ma anche biologici: in media viviamo dieci anni di più che nel 1950 e dall’inizio del secolo scorso la nostra speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa il 40%.

Il tempo che dedichiamo all’istruzione tradizionale è diminuito in rapporto alla durata della vita, ma allo stesso tempo s’è dilatato il numero di coloro che continuano a studiare fino a trent’anni e dei corsi di formazione che si frequentano per necessità, per aggiornarsi o talora per solo piacere. Per ragioni biologiche, inoltre, per la prima volta nella società convivono per vari anni quattro generazioni. Cinquant’anni fa a stento ce n’erano tre. Passiamo tutta l’età adulta e lavorativa alla presenza dei nostri genitori: anche gli psicanalisti dovranno rivedere alcune loro interpretazioni. Sociologi ed economisti già lo fanno poiché nella stessa famiglia oggi capita sovente che per svariati anni vivano genitori e figli entrambi pensionati. Allo stesso tempo non si riesce a fare calare il numero di giovani disoccupati o eterni studenti (loro malgrado). Infine, pare che facciamo l’amore sei volte di più che un secolo fa, ma procreiamo sei volte di meno e ci sposiamo più volte. Di fronte a questi dati rilevati, l’idea e l’etica del lavoro e della famiglia, che ci ha condotto a un’opulenza oggi messa a rischio dalla crisi, la si applica al solo 13% della vita.

Trenta o quarant’anni fa se la mattina facevi una corsa sull’argine, sicuramente qualcuno ti avrebbe apostrofato con un “Ma vai a lavorare”! Oggi, siamo abituati a vedere podisti e ciclisti a qualsiasi ora. I centri commerciali, i bar, le palestre, i cinema, i circoli, le associazioni di volontariato, le piste da sci, i corsi di scrittura creativa, di lingue, di yoga, di cucina sono costantemente frequentati. Per non parlare di viaggi e vacanze. C’è più tempo per manifestare, protestare e partecipare alla vita civile, associativa e politica sebbene siano sempre meno quelli che vanno a votare.

Occupazioni una volta relegate nel poco tempo libero del lavoratore, oggi sono diventate per molti la parte principale della vita. Così che, mentre un tempo ci chiamavano con il nome del lavoro che svolgevamo, oggi spesso ci identifichiamo nelle attività non lavorative. Un metalmeccanico pensa a se stesso come cantante, un camionista si vede come arbitro di calcio, un bancario si sente piuttosto un fotografo o un attivista politico. I sociologi parlano di società degli stili di vita che prescindono dall’occupazione ufficiale e dipendono dal modo in cui si passa il tempo in cui non si lavora. Questo tempo è cresciuto a dismisura. Naturalmente ci sono coloro che lavorano moltissimo: da un punto di vista sono i più fortunati poiché si realizzano in quello che fanno; dall’altro sono i più poveri – soprattutto gli immigrati – che un po’ per cultura e un po’ per costrizione hanno un’idea della vita e del lavoro lavorano come la nostra di mezzo secolo fa.

Per il tempo “liberato” è necessario trovare valori adeguati alla nuova situazione. Su questi dati occorre riflettere per riorganizzare l’impresa e il lavoro dipendente che deve tuttora garantire il reddito e la libertà agli individui, nonché la produzione dei beni necessari al sostentamento e al divertimento. Purtroppo tutto è cambiato tranne i linguaggi sindacale, imprenditoriale e politico che risalgono di fatto alla fine del secolo diciannovesimo. Le rigide soluzioni offerte alla disoccupazione sono rimaste cristallizzate nella vecchia retorica del dibattito politico e sindacale. Un’occupazione ampia in attività non penose e liberamente scelte sarà possibile quando si riuscirà a trasformare in mercati le risorse oggi disponibili che sono il tempo e quelle attività oggi svolte con poca professionalità perché ridotte a hobby e fuori mercato. Il reddito di cittadinanza – o come io preferirei chiamarlo il “lavoro di solidarietà” – può essere compreso e introdotto nel quadro delineato, non certo rifacendosi a una struttura del lavoro, della produzione, a una mentalità e a un mondo ormai scomparsi.