“Oltre Gomorra”, il pentito dal Veneto: «rifiuti illegali nelle strade»

L’ex boss si racconta nel libro del giornalista Coltro: la vita senza protezione, il business dello smaltimento, il ruolo delle grandi imprese

Più di vent’anni fa il pentito Nunzio Perrella, ex camorrista dal «colletto bianco», spiegava agli inquirenti il perimetro degli affari legati allo smaltimento illecito dei rifiuti. Un oligopolio al tempo intoccabile, che dalla metà degli anni Novanta sino ai giorni nostri non è stato praticamente scalfito. Anzi, si è espanso ed evoluto in senso scientifico. Il giornalista veneto Paolo Coltro, nel suo libro “Oltre Gomorra” da poco in libreria, ritrae questo limbo in cui il tempo sembra essersi dilatato sino a interrompersi, con lo stesso approccio di chi sta dietro ad un obiettivo grandagolare, vale a dire mai dimenticando “the big picture”, come dicono gli anglosassoni – e non è un caso che lo scrittore sia anche un fotografo. Nelle sue pagine trasforma la memoria di Perrella in una sorta di flashback nel quale la narrazione del secondo e l’analisi giornalistica del primo si fondono in un tutt’uno.

Vvox ha avuto la possibilità di parlare con Perrella, che vive da tempo in Veneto, «una regione di cui, durante la mia attività, ho potuto conoscere con un certo dettaglio vicende di peso come l’operazione Cassiopea». Dice di sapere bene chi sono tra i tanti «il vicentino Carlo Valle e la Servizi Costieri» che compaiono a fianco della Ecoveneta-Maltauro in una delle inchieste più importanti sulla gestione allegra dei rifiuti nel Nordest e nel resto del Paese, che fu condotta fino a sentenza definitiva grazie all’opera della procura di Venezia nell’ambito dell’affaire Nuova Esa. Ma al di là dei casi specifici sulle imprese settentrionali che hanno invaso di rifiuti illegali prima il Nord e poi il Sud (di cui il libro contiene un elenco preciso e ragionato), il pentito «oggi uscito dal programma di protezione» spiega, senza entrare nel dettaglio per ragioni di incolumità, come abbia avuto inizio la collaborazione con lo scrittore di natali vicentini: «Mi sono avvicinato a lui in punta di piedi. All’inizio Coltro pareva preoccupato, talvolta avevo l’impressione fosse un po’ incredulo. Ma siccome è una persona scrupolosa un po’ alla volta il ghiaccio si è rotto anche perché con pazienza ha avuto la possibilità di riscontrare punto dopo punto tutto ciò che io menzionavo. Io vengo da una vita difficile, per molti aspetti la mia scuola è stata la strada, parlo più o meno solo napoletano anche se so farmi capire. Ma entrambi siamo persone puntigliose, che quando si impegnano in un qualche cosa di serio pensano che debba essere fatto bene sino in fondo. Di qui siamo partiti per arrivare un po’ alla volta fino alla fine del libro. E ne avremmo ancora da dire».

L’ex boss del rione partenopeo Traiano (viene arrestato nel ‘92 a Thiene nel Vicentino, dove risiedeva), è stato un personaggio chiave, «una enciclopedia delle ecomafie». Scrive Coltro che venne «convinto a collaborare dal maggiore dell’Arma Vittorio Tomasone. Interrogato dall’allora procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti, l’arrestato sbotta» con un’uscita che di lì a poco «farà il giro del mondo, dei giornali, del web, degli uffici giudiziari e sarà una bomba per la camorra: «Ma quale droga, dotto’. ’A monnezza è oro». E tuttavia, nonostante la portata delle sue rivelazioni, all’uomo in seguito verrà negata «la possibilità di provare ad aprire un’impresa e a lavorare regolarmente». Ostacoli che con l’ex numero uno della mala del Brenta Felice Maniero, per esempio, non si sono materializzati.

Perrella se la prende con la legge sulla gestione dei pentiti «che negli anni è andata via via peggiorando» nonché con la condotta «ondivaga» che negli anni è stata seguita dal Viminale: «Quando un quarto di secolo fa io fui convinto dalle istituzioni a collaborare mi si prospettò uno scenario completamente diverso. Oggi io sono sostanzialmente solo, senza coperture e fuori da qualsiasi programma di protezione. Il sistema del malaffare che ho descritto e del quale la camorra è solo una parte, è ancora in mano ad imprese di grandi dimensioni. Politica, giustizia ed alta burocrazia in qualche modo, anche per precise responsabilità personali, sono rimaste, in diversi casi volontariamente, al palo. Ma io ho intenzione di combattere la mia battaglia per la giustizia. Non quella delle carte bollate, ma quella con la “G” maiuscola, quella che si deve ai cittadini e alle future generazioni».

In questo senso è possibile fare qualche esempio concreto? «Vogliamo scendere nel concreto? Cominciamo ad analizzare i fondi stradali, andiamo a carotare le sponde di certi argini artificiali, sondiamo certe rotatorie. Vi ci porto io in tutta Italia. Facciamo le analisi che debbono essere fatte in modo accurato. E troveremo di tutto. Poi andiamo a vedere quale impresa ha conferito cosa, quali padroncini sono stati adoperati a mo’ di intermediario buono per far figurare magari con fatture farlocche che tutto è in regola, e poi andiamo a chiamare lorsignori a casa. Apriamo uno squarcio sullo stabilizzato, che è poi la base di partenza per ogni sottofondo stradale e proviamo a vedere che cosa c’è finito dentro. Spesso e volentieri si troverebbe di tutto e di più, a partire da quella che in gergo è “la pastina”. Ovvero quel mix di sostanze nocive e non nocive le quali di volta in volta si avvicendano sotto il sedime specie di autostrade e superstrade».

Sullo sfondo quindi rimane un quesito. Questo approccio ai rifiuti è inevitabile perché così alla fine gira il sistema economico o ci sono dei barlumi di speranza? «Io credo che gli spazi per agire legalmente e con efficacia ci siano. Tuttavia occorre una volontà collettiva, specie di chi sta ai piani alti, di agire in modo rispettoso delle regole facendo i controlli come si deve, col personale idoneo. Ma soprattutto a livello legislativo deve passare il concetto che un dato prodotto non si immette sul mercato se non si ha una chiara idea se sia nocivo o meno, di come vada smaltito e di come sia costituita la filiera dello smaltimento. In realtà un ripensamento del genere è assai difficile che avvenga – conclude Perrella – per due ordini di motivi. Uno, il business sporco, se mantenuto tale è un affare ghiottissimo, ma per pochi. Se gestito in modo sostenibile e legale darebbe invece lavoro a tanti. Due, se domani si cominciassero a seguire le regole tutti si accorgerebbero di quanti scempi sono stati commessi, di quanto danaro, di quanta salute sono stati sottratti alla collettività».