La tragica scelta del risparmiatore veneto

Che aderisca o meno allo scambio rimborso-rinuncia legale, il socio di BpVi e Vb è perdente in ogni caso. Ma con conseguenze diverse

Manca una settimana e un giorno al giorno X: il 22 marzo scadrà il tempo fissato dalla Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca per aderire o meno all’offerta di rimborso ai soci azzerati, in cambio della loro rinuncia a portare in tribunale i due istituti. Un dilemma (o un ricatto, a seconda dei punti di vista) che ancora tiene in sospeso moltissimi dei 169 mila risparmiatori a cui è rivolta: più della metà in BpVi non ha ancora deciso, mentre questa soglia sarebbe stata raggiunta fra i trevigiani. In ogni caso, siamo lontani dalla quota dell’80% stabilita dalle banche («perché altrimenti», ha detto al Corriere del Veneto dell’altroieri il presidente della vicentina, Gianni Mion, «i soldi che servono per far fronte al rischio cause sono troppi. E non li copre nessuno. Nemmeno lo Stato, che non può farlo per le regole europee»).

LO STATO? PER FORZA
Giovedì 16 marzo, i consigli d’amministrazione delle due banche si riuniranno per definire la risposta da dare alla Vigilanza su come finanziare la ricapitalizzazione da 4,7 miliardi, indispensabile per evitare il tracollo. I 3,5 messi dall’azionista totalitario Atlante hanno avuto l’unico effetto di tenere ancora un po’ in vita i due malati terminali, avendone già sborsato 3,8 per salvare Etruria e le altre. Il colpo potenzialmente mortale alle venete lo ha dato la schizofrenica linea tenuta da un lato dalla Bce e dall’altro dall’Ue, nello specifico dall’antritrust europeo Dgcomp: mentre Francoforte vuole che il deficit di capitale sia coperto subito (il che impedisce ogni raccolta di quattrini, per altro ardua, sui mercati), Bruxelles sta a guardia del divieto di aiuti di Stato, cercando, scusate il gioco verbale, di minimizzarli al massimo. Per BpVi e Vb, infatti, l’intervento pubblico è una precondizione per non naufragare definitivamente nella risoluzione fallimentare (o nel bail-in, col quale verrebbero colpiti anche obbligazionisti e correntisti sopra i 100 mila euro). Le due varianti per la salvezza, infatti, sarebbero o un aumento di capitale interamente pubblico, o uno misto pubblico-privato. Se la prima è da escludere causa verboten europeo, la seconda resta quella più probabile.

LEGAL RISK
Ora, se il pubblico è lo Stato, il privato chi è? Molto dipenderà da come finirà la proposta di transazione: 660 milioni offerti pur di ridimensionare notevolmente il pesantissimo legal risk, la massa di possibili contenziosi. Una prospettiva che terrorizza come la peste gli investitori, in particolare stranieri. Se fosse ridotta, si toglierebbe un eventuale costo enorme dall’elenco delle zavorre, e si darebbe un segnale di ritrovata fiducia, bene preziosissimo per due realtà creditizie che hanno perso vagonate di credito, e in tutti i sensi. Di qui l’importanza capitale della decisione che prenderanno i soci che non l’hanno già presa: sì o no al rimborso per non far causa alle banche? Si può rispondere a questa domanda positivamente o negativamente. Fra la gente e su internet, nei social network, le discussioni fra i due “partiti” sono vivaci, per non dire feroci. Su questo giornale online c’è stato chi ha argomentato a favore dell’adesione. Siamo aperti ad altre opinioni, naturalmente. Quel che vogliamo fare oggi, tuttavia, è dare spunti di riflessione per una scelta più consapevole e ponderata possibile.

COSTI-BENEFICI
Chi a inizio 2015 aveva azioni a 62,5 in BpVi e a 39,5 in Veneto Banca e ora ha in mano 10 centesimi a titolo, ha già perso quasi tutto. Il rimborso da 9 euro a Vicenza e del 15% a Montebelluna ripaga di poco (la Fondazione Roi, che ieri ha deliberato l’ok, recupererà per esempio 4,1 milioni, dei 30 bruciati quando a presiederla era Gianni Zonin). Chi invece ricorre alla via giudiziaria contro gli istituti, deve mettere in conto le spese legali che dipendono dalla durata, solitamente lunga, dei processi. Limitandosi al calcolo costi-benefici, cosa conviene fare? Questo piano è esclusivamente individuale, dato che in Italia non esiste class action. Ognuno deve farsi i conti in tasca, tenere presente i rischi legati alla tempistica, nonchè al futuro stesso delle due banche. Che lo Stato possa rimborsare direttamente tutto o in parte il singolo risparmiatore, infatti, questo non esiste, piaccia o meno. Il ricorso alla Corte dei diritti europea promosso dal M5S con parte degli stipendi dei suoi consiglieri regionali, sempre che sia ritenuto ammissibile, se passerà produrrà una sanzione pecunaria all’Italia, e potrà servire in sede processuale a chi ha fatto causa come principio di tutela della proprietà privata. Niente di più.

PRINCIPIO DI GIUSTIZIA
Se il primo livello è individuale e strettamente monetario, il secondo è invece etico, insieme personale e sociale. Molti soci sono distrutti e furiosi, anche perchè non vedono ancora puniti i responsabili per così operativi, quelli che hanno avuto un ruolo nei vari passaggi del disastro (come sottolineava giustamente su queste colonne l’ex direttore del Corriere della Sera, De Bortoli, un responsabile deve pur esserci, e va da sè non solo uno). Avendo già detto addio alle proprie sostanze, non sono pochi coloro che a questo punto ne fanno una questione di principio, e vogliono vedere condannata la banca. Detto che poi bisognerà vedere cosa deciderà la magistratura giudicante, veder garantita un po’ di giustizia sarebbe utile anche come precedente per l’avvenire. Come si fa a non capirli? Come si fa a biasimarli? Tanto più se non si può avere alcuna fiducia nella grottesca commissione d’inchiesta parlamentare, con tutti i “buchi” di informazione e trasparenza di cui ancora siamo ammorbati.

MACRO-ECONOMIA
Terzo: le conseguenze macro-economiche e sociali. Partite come “banche del territorio” e ingigantite poi a banche nazionali (mantenendo però un regime mutualistico sfasato con le nuove esigenze e dimensioni, causando le note distorsioni plebiscitarie nelle assemblee-farsa), nella pancia delle gemelle del Veneto c’è una significativa parte del tessuto produttivo e aziendale di questa regione. Dovessero chiudere per fallimento, le reazioni a catena equivarrebbero ad una gelata nella circolazione di denaro (pagamenti ecc), ad una immediata fuga di capitali, ad un terremoto per le banche italiane, nonchè, chiaramente, ad un problema occupazionale enorme (che comunque in parte ci sarà). Lo prenderebbero in quel posto, per dirla come si deve, il credito di tutta Italia e anche i non-soci, i non-clienti e tutti coloro che non hanno un rapporto con gli istituti in questione. Un’intera economia riceverebbero un colpo ferale. Se oggi siamo con l’acqua alla gola, quel giorno si scatenerebbe uno tsunami.

SOLUZIONE? IMPOSSIBILE
Chiaro che un socio-tipo può dire: la colpa non è mia, che paghino gli autori della catastrofe. A parte il fatto che, se con ciò si intende gli ex vertici, anche andasse in porto l’azione di responsabilità e anche se dai vari processi ci si potesse rifare sui loro patrimoni, di sicuro il ristoro sarebbe poco più che simbolico, a fronte degli oltre 10 miliardi evaporati. Se invece a risarcire dovessero essere le banche, è necessario che esistano, per poter materialmente scucire qualche euro. E da qui torniamo all’inizio, allo scambio rimborso-rinuncia legale.
Conclusione: da qualunque punto la si guardi, la faccenda non ha una soluzione. Non una che soddisfi in toto, quanto meno. Se ci si accontenta del contentino, si salva più che altro la propria banca, il sistema bancario in generale, e si contribuisce un po’ alla ripresa di un “territorio” che per anni e anni non s’è mai fatto venire un dubbio sui pericoli di avere un sol uomo al comando, che si chiami Zonin, Consoli o Pinco Pallo. Se si rifiuta e si chiede giustizia ai giudici, si salva il principio e la propria faccia allo specchio, si cerca di mettere dei paletti giuridici, e si fa la felicità degli avvocati. Ma qualunque sia la scelta, niente e nessuno potrà ridare indietro i soldi e la serenità a chi li aveva entrambi affidati, credendosi esenti da ogni rischio, a personaggi che li hanno usati per sogni di grandeur rivelatisi un bidone di massa. «Tragico è quel conflitto in cui le forze che si combattono fra loro hanno tutte ragione, ognuno dal suo punto di vista» (Karl Jaspers). Togliete la parole “forze” e metteteci “scelte”, e avrete la tragedia del risparmiatore veneto.

 

 

(ph: http://www.professionistalibero.it)