Omaggio a Mioni, il linguista esuberante

Raro specialista delle lingue africane, era un cosmopolita ma soprattutto un veneto genuino

Alberto Mioni, per quasi quarant’anni professore di Linguistica all’Università di Padova, è morto il 13 marzo scorso a settantacinque anni. Nelle aule strapiene di Palazzo Maldura ha tenuto lezione a migliaia di studenti, e altrettanti ne ha esaminati nel suo studio in stremanti giornate e giornate di esami orali, prima che si imponesse nella prassi universitaria l’esame scritto. Allora invece dei volti degli studenti impauriti, c’erano i pacchi enormi che Mioni correggeva lentamente, finché negli ultimi anni, con il decadere della salute, anche questo compito gli era diventato difficile. Poi, nel 2012, la pensione. Leggo in un suo curriculum che aveva diretto, fino a dieci anni fa, 400 tesi di laurea. Me lo rivedo seduto al tavolo accanto allo studente: leggeva e correggeva assieme a lui quello che lo studente aveva scritto. Cancellava e riscriveva, cancellava e riscriveva. Era, è, la forma più proficua e più faticosa di dirigere una tesi di laurea, quella che più somiglia al lavoro che il maestro fa con l’apprendista. Era il modo in cui lavorava Mioni.

Sono sicuro che in questo breve ritratto migliaia di ex-studenti del Veneto, ma anche di altre parti d’Italia e del mondo, ormai alcuni diventati anziani, riconosceranno il loro maestro. Studioso eccellente, conoscitore unico o quasi in Italia di diverse lingue del mondo, soprattutto africane, aveva scelto per sé la routine universitaria più faticosa: ogni giorno per ore in Dipartimento con gli studenti e coi colleghi. Riservava la ricerca scientifica alla notte, come raccontava volentieri. Ma anche nell’elenco delle sue pubblicazioni1, quante dispense e pubblicazioni interne, pensate come strumenti didattici.

Alberto Mioni era figlio di Elpidio, professore al Liceo Tito Livio di Padova e poi all’Università (dove fu chiamato anziano, dopo il figlio), grecista. Da piccolo aveva visto certamente il padre al lavoro (forse la notte, come lui farà, dopo il Liceo e il fondo bizantino della Biblioteca Marciana), e aveva assorbito dal padre la passione per lo studio delle lingue. Ma, allievo di Carlo Tagliavini, anche lui a lungo professore a Padova di Glottologia (più tardi si dirà Linguistica), prodigioso poliglotta, si era orientato, diversamente dal padre, sulla lingue moderne. Non sulle più note, ma in particolare su quelle africane, di cui diventerà uno dei rari specialisti.

Dopo la laurea a Padova, segue a Parigi l’École Nationale des Langues Orientales Vivantes, partecipa a missioni scientifiche in Burundi, in Kenia e in Tanzania per conto dell’Unesco. Conosce ormai diverse lingue africane, tra cui il swahili, tra le lingue più parlate dell’Africa e “lingua franca” in una vasta area del continente. A lato di tante descrizioni di sistemi linguistici e di strutture grammaticali, Mioni scriverà un piccolo saggio che desterà l’ammirazione dei colleghi universitari più sedentari: Le traduzioni del “Principe” e di “Pinocchio” in lingua swahili, in La traduzione. Saggi e studi, Trieste, Lint, 273-294.

Ma una volta tornato in Italia, docente in Calabria, a Urbino e poi finalmente a Padova, i suoi lavori riguarderanno spesso l’italiano, il veneto, e in genere i rapporti tra lingua e società. Spirito innovatore, Mioni aveva accolto i mutamenti che, provenendo soprattutto dall’America, avevano trasformato i metodi di ricerca della linguistica. Non era più “glottologo”, ma “linguista”, e in particolare “sociolinguista”. L’allievo di Tagliavini era “un moderno”, tra i primi cronologicamente e come valore in Italia e fuori d’Italia. Tra le sue opere capitali: Fonematica contrastiva. Note e esercizi, Bologna, Pàtron, 1973 (studio sui sistemi fonologici di 11 lingue d’Europa: quasi 500 pagine, irte di simboli, ma della massima chiarezza), e Elementi di fonetica, Padova, Unipress, 2001. Alberto Mioni amava pubblicare vicino a casa opere che i più grandi editori gli avrebbero invidiato. Mioni era stato anche una figura istituzionale: prorettore alla didattica accanto al rettore Gilberto Muraro (1997-98), più volte direttore di Dipartimento.

Lasciatemi però concludere con qualcosa di più personale. Per quelli che l’hanno conosciuto da vicino, Alberto Mioni era anche un uomo esuberante e spiritoso, imprevedibile a volte, originale. Dal suo maestro Tagliavini aveva preso il gusto di raccontare barzellette, ma lasciatemi dire che in quest’arte il discepolo aveva superato largamente il mastro. Le sue barzellette erano migliori, e in italiano o in dialetto che fossero (o, se riguardavano Jakobson, in italiano con accento russo), eseguite in modo irresistibile. Raccontate nelle occasioni conviviali che seguivano le lunghe giornate dei Congressi scientifici, stupivano e divertivano gli ospiti forestieri, che vedevano in Mioni, per altri versi così cosmopolita, un veneto genuino, dotato di uno spirito diventato raro col tempo.

Lorenzo Renzi
Accademia della Crusca