Canale, socio BpVi: «fiducia distrutta, me ne frego della banca»

La versione di una delle tante vittime del crac delle popolari venete: «manager e controllori hanno sbagliato, non io che mi son fidato, quindi no al rimborso-svendita»

E’ socio della Banca Popolare di Vicenza «come altre due generazioni, nella mia famiglia». Come tanti altri, anche in Veneto Banca. Ha perso poco, 200 azioni, ma «molto più consistente è quello che hanno fatto perdere ai miei genitori ed ai miei nonni, risparmi accantonati in anni di lavoro dipendente». Lui un lavoro ce l’ha, di impiegato. Il vero problema, dice, «è la perdita di fiducia che queste vicende hanno instillato in me per primo, e in decine di migliaia di altre persone». Luca Canale, 39 anni, di Schio, è fermamente deciso a non aderire alla proposta di rimborso della BpVi, quella pensata per eliminare buona parte delle possibili cause legali fra i risparmiatori e l’istituto. «Ho seguito fin dall’inizio la vicenda, immediatamente dopo l’assemblea di aprile 2015 in cui il marcio venne per la prima volta alla luce, ed ho incontrato e collaborato con quasi tutte le associazioni che si stanno occupando della vicenda».

RISPARMIATORI, NON INVESTITORI
Quell’offerta della banca proprio non la manda giù: «Innanzitutto trovo riprovevole il martellamento mediatico e telefonico cui sono sottoposti i risparmiatori, da parte di chi cerca di addossare ai risparmiatori la responsabilità del fallimento delle banche facendo serpeggiare un clima di paura e minacciando catastrofi bibliche. Significherebbe riconoscere che non eravamo risparmiatori, ma investitori o speculatori consapevoli. Non svendo il mio diritto di chiedere giustizia per 9 euro. Noi soci alla banca abbiamo dato soldi buoni, soldi veri, e negli ultimi due anni ci hanno trattato come se fosse colpa nostra, per aver creduto a tutto quello che dicevano presidente, direttore Generale, cda, collegio sindacale, revisori, periti, stampa locale e specializzata, per aver preso per buoni dei bilanci e dei documenti analizzati, ispezionati e approvati da Banca d’Italia e Consob». Pochi osarono criticare a viso aperto, durante il ventennio zoniniano. «Io faccio un altro lavoro, non faccio il consulente finanziario, non ho ne il tempo ne la voglia di studiare 8 o 900 pagine di prospetto informativo, nè ne avrei le capacità di comprenderlo, quindi mi devo fidare che quello che c’è scritto sui documenti sia vero. Esattamente come mi aspetto che sia vero e affidabile quello che c’è scritto sul foglietto illustrativo di un medicinale da banco o su una confezione di pasta. E così come si sono fidati Fondo Atlante e il dottor Penati pensando che investire in Bpvi fosse un affare, solo che loro lo fanno per lavoro e sarebbero anche tenuti a saperle queste cose, noi no».

IL FUTURO DELLA BANCA? E QUELLO DELLE FAMIGLIE?
Il presidente della Popolare, Gianni Mion, ha invitato chi non aderirà ad ammettere apertamente che del destino della banca non gli interessa nulla. Al di là della banca in sè, il problema che si riverbererebbe potenzialmente su tutti sarebbero le conseguenze sul tessuto economico. Canale è onesto fino alla brutalità: «E’ vero, a me personalmente non interessa se le due banche sopravviveranno visto che ci hanno tolto ogni potere decisionale ed hanno perso ogni valore economico (o anche affettivo) che potevano avere per noi. Le ventilate “banche del territorio” ora sono proprietà di un fondo con sede in Lussemburgo, ed i cui consigli di amministrazione si fanno a Milano, non più a Vicenza o Montebelluna, qui ormai hanno solo la sede legale, ma temo ancora per poco. Non ho interesse se falliscono e non ho interesse se staranno in piedi, per un motivo molto semplice: non hanno più la mia fiducia. Quello che potrebbe succedere in caso di scomparsa delle due banche è come un brutto raffreddore. Quello che è già successo a oltre 200 mila famiglie di risparmiatori e aziende è come un brutto attacco di cuore. Quale dei due sarebbe curato per primo in un pronto soccorso? Quanto alle conseguenze sull’economia veneta», continua, «non sono facilmente prevedibili, ma credo che saranno più gravi se non ci sarà un risarcimento adeguato per i risparmiatori, dato che per molti quanto evaporato rappresentava la quasi totalità dei propri risparmi, e quindi sono soldi che non potranno essere utilizzati nell’economia reale per acquistare beni, pagarsi le cure, acquistare immobili, far studiare i figli eccetera eccetera».

“PIAGHE D’EGITTO”
Insisto: per l’economia potrebbe essere una mazzata, oggettivamente. «Per le aziende è ancora più grave, perchè molte avevano fidi e finanziamenti garantiti dal valore delle azioni di queste due banche, ed ora sono senza garanzie, molte hanno già chiuso, quindi non le sembra che il danno sia già stato fatto? Altre conseguenze? La restrizione del credito in veneto? ci sono tante altre banche, e molte si sono già avvantaggiate della fuga di depositi da Bpvi e Vb, quindi la massa monetaria in circolazione non è sparita, semplicemente si è spostata da una banca ad un’altra… E i vari bail-in, bail-out o altre ventilate “piaghe d’Egitto” dovrebbero preoccupare di più chi sta al vertice, e non noi “formichine operose”. E dovrebbero preoccuparsi (e molto) delle conseguenze a medio-lungo temine di tutti questi crack bancari». Ovvero? «Crede lei che in futuro i risparmiatori si arrischieranno ancora a investirli così? La Bce e gli Stati non possono continuare a pompare moneta nel sistema finanziario all’infinito, altrimenti la bolla sarà ancora più grossa e farà più rumore e danno quando alla fine inevitabilmente scoppierà».

FAR CAUSA, QUESTIONE DI DIRITTO
Canale ha sporto denuncia in Procura a Vicenza: «so che c’è il rischio di una prescrizione e che i poteri contro cui stiamo andando non sono solo forti, sono immensi rispetto a noi “piccoli”, ma credo sia comunque una cosa che vada fatta, se siamo ancora in uno stato di diritto. Ad oggi la magistratura non ha dimostrato ancora nulla, ma spero che si arriverà prima o poi ad un giudizio. D’altra parte i reati stanno tutti li, scritti sulle carte nero su bianco». La conclusione del socio arrabbiato brilla di una lucidità amara (o qualcun altro potrebbe dire pessimistica), pur tentando di essere propositiva: «Anche accettando i 9 euro, la grande massa dei soci manterrà un astio verso chi li ha truffati, e difficilmente riporterà i propri depositi nelle due banche, quindi se non ci sarà un deciso cambiamento di tendenza, se non ci saranno sanzioni, se non ci saranno offerte dignitose, le due banche sono destinate a fallire comunque, a prescindere dall’intervento statale. La ricapitalizzazione precauzionale da parte dello stato ha senso solo se le due banche avranno ancora dei clienti, ma se continuerà il trend della fuga di clienti e depositi lo Stato potrà ricapitalizzarle una, due, dieci volte, ma comunque cosa possono fare due banche senza clienti? Una possibile soluzione? Comincino a vendere gli immobili, le opere d’arte, le collezioni. Che sia la stessa attuale proprietà di BpVi a fare causa a nome dei soci alle precedenti gestioni, ai revisori ed a Banca d’Italia che non ha controllato, e destini i proventi ai soci azzerati. Che lo Stato, la Magistratura procedano a sequesti e irrori pene tali da far scomparire anche il nome dei responsabili».

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