Pfos a Verona, esperti: «livelli bassi, niente panico»

Il rinvenimento di Pfos (sostanza pefluoroalchilica come i Pfas) in quantità anomale in un pozzo di approvvigionamento idrico alla centrale di Porta Palio a Verona continua a far discutere. Come scrive il Corriere del Veneto nell’edizione di Verona a pagina 6, l’ordinario di Medicina del lavoro all’Università, Luigi Perbellini, invita a non cedere al panico. «Si tratta di un sottoinsieme “stabile” dei Pfas, e sono più facili da trovare nell’ambiente – spiega l’esperto – Stiamo parlando di molecole in grado di resistere nell’ambiente fino a duecento anni. Dato che non vengono più prodotte in questa misura, ossia della tipologia a catena lunga, la più longeva, si può supporre che ne avremo per diversi decenni, su un’area sempre più ampia. Basti pensare che le stesse sostanze sono state ritrovate nei pesci pescati nel Mare del Nord, in quantità ben maggiore a quello che è il dato veronese. Nel contempo, però, si avrà un effetto diluizione».

«Per la salute umana cambia davvero poco se dell’acqua contiene 33 nanogrammi di sostanze anziché 30 – aggiunge Perbellini -. Occorre essere cauti prima di trarre conclusioni». Sul caso interviene anche un altro esperto di Pfas, il chimico Lorenzo Altissimo: «Il fatto che sia avvenuto, seppur di poco sul lato destro dell’Adige – dice – farebbe già escludere di per sé che ci siano contatti con la contaminazione “vicentina”. In questo caso, la cosa da fare è un’indagine idrogeologica andando “a monte”, per cercare la possibile fonte. Queste sostanze non erano utilizzate esclusivamente nella chimica tessile, ma anche dall’industria del pellame, della carta» e delle cromature. Tuttavia, conclude Altissimo, lo sforanìmento del 10% rilevato al pozzo in zona Stadio «è una quantità molto bassa e potrebbe rientrare nell’errore analitico».