BpVi, Cappelleri faccia chiarezza una volta per tutte

Le ultime dichiarazioni sui capi d’accusa confondono una situazione già sconsolante

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I problemi della Popolare di Vicenza sono molti più di quanto non si immagini: gente che aveva un piccolo gruzzoletto e che ora ne ha solo una minima parte, gente che non avrà nemmeno quella parte perché i suoi acquisti sono anteriori ai dieci anni, gente che è stata “scavalcata” nella vendita da raccomandati e che, per regole difficili da accettare, non riceveranno alcunché. Insomma, la legione di depredati è amplissima. Tantissimi non hanno ancora compreso come il patatrak sia avvenuto e aspettano, oramai da un anno e mezzo, di sapere chi ha importato il micidiale virus nella Banca.

Chi darà questa risposta, è ovvio, dovrebbe essere la magistratura. Nessuno, di quelli che conosco, voleva assaltare il palazzo con forche e badili, ma desiderava, magari ardentemente, che chi doveva e poteva facesse chiarezza sulle responsabilità. Così finora non è stato. Il procuratore di Vicenza, Antonino Cappelleri, ebbe a dire che l’inchiesta era complessa, che quella di Vicenza era una procura non attrezzata alle bisogna, ebbe pure per sei mesi il distacco a Vicenza di un membro della Procura generale di Venezia, ma ad oggi, quello che si sa è che è stato chiesto il terzo semestre di prolungamento delle indagini.

Il numero degli indagati è sempre quello – e sì che ce ne sono di corresponsabilità – mentre l’ineffabile Zonin, a quanto pare, gira tranquillamente in Italia e all’estero. In Procura non lo si è visto e le uniche cose che lo collegano ai fatti sono le denunce presentate dai suoi avvocati al Tribunale di Venezia per ottenere una patente di buona condotta per tutto il tempo che ha regnato.

A tutta questa situazione di profondo scoramento si aggiunge di recente un fatto nuovo: Cappelleri il 13 marzo concede un’intervista al Tg3 Veneto nella quale lascia faticosamente che si tratta di «fatti fraudolenti» per la cui «qualificazione giuridica» non c’è «ancora una scelta definitiva», ma l’ipotesi di truffa, ardua per la «grossissima difficoltà di gestione», può essere inclusa sotto quella di aggiotaggio. Sulle indagini preliminari, dice, «speriamo di finire entro l’estate».

Ci sono fior di giuristi che affermano come sull’aggiotaggio e sulle false comunicazioni alla Banca d’Italia non esistano dubbi. Non è la prima volta che una Procura parte con un capo di imputazione e che nel prosieguo dell’indagine ne aggiunge altri. I tempi non sono, forse, importanti? I pericoli della prescrizione non sono già dietro l’angolo? Non sarebbe stato opportuno sgravare i pm Salvadori e Pipeschi da altre incombenze che non siano le indagini sui responsabili?

La magistratura ha i suoi riti e le sue prassi. Qualche volta non è male innovare un po’. Non sarebbe stato sconveniente che il Procuratore, dopo tutti questi mesi di indagini, si rivolgesse in modo semplice ma esaustivo ai cittadini interessati spiegando loro il perché di certi atti, di altri non compiuti, delle persone indagate e di quant’altro, nei limiti del segreto d’ufficio, potesse far capire lo stato dell’arte. Il rispetto della magistratura è d’obbligo, ma lo è anche quello verso i cittadini interessati direttamente al procedimento in atto.

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