BpVi e Vb sul precipizio, amministratori vogliono dimettersi

Due mondi che non si parlano. Da una parte ci sono i manager e gli amministratori della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Sono disperati. Ieri mattina Il Mattino di Padova titolava: “I manager appesi a un filo, tutti pronti ad andarsene”. Nessuno ha emesso un solo sospiro di smentita. Una settimana fa Francesco Micheli, ex manager di Intesa San Paolo, ha motivato le dimissioni dal cda di Vicenza con altri pressanti impegni di lavoro. Siccome è in pensione da anni, nessuno gli ha creduto. I manager chiamati dal presidente del Fondo Atlante Alessandro Penati al capezzale delle banche distrutte da Gianni Zonin e Vincenzo Consoli non ne possono più dell’inconcludente Pier Carlo Padoan e dei suoi infiniti «stiamo lavorando» che suonano irritanti per gente che rischia di rispondere penalmente della pigrizia del governo.

Dall’altra parte c’è appunto Padoan. Ieri mattina a Bruxelles ha incontrato il commissario alla Concorrenza Margrethe Vestager senza risolvere niente come al solito. Ha parlato del salvataggio statale di Mps, di cui sta discutendo con la Bce e la Commissione europea da tre mesi dopo averne perso sei assicurando che la necessaria ricapitalizzazione sarebbe venuta dal mercato. Per Padoan il tempo è di gomma: sul caso Mps, ha detto, «non ci sono scadenze». E quindi «si sta lavorando per minimizzare i tempi ma anche trovare soluzioni stabili, durature e solide». Nessuna fretta dunque, e siamo ancora al Monte dei Paschi.

E le due banche venete, che hanno chiesto come Mps la “ricapitalizzazione precauzionale”? Se ne parlerà dopo, con calma: «Adesso sta innanzitutto alla Bce decidere la sostenibilità delle banche e poi si passerà al dialogo con la Commissione». Padoan non vede o finge di non vedere il problema che toglie il sonno agli amministratori delle due popolari venete, a cominciare dal presidente di Vicenza, Gianni Mion, che da prima di Natale manifesta l’urgenza di tagliare la corda. Il punto è che se non arrivasse il salvataggio statale e scattasse il bail in, i due cda, a cominciare dagli amministratori delegati Fabrizio Viola e Cristiano Carrus, rischierebbero di dover spiegare a un magistrato perché non hanno preso atto per tempo della decozione degli istituti. «Tre o quattro mesi come Mps? Non li abbiamo, falliamo prima», sibila un consigliere d’amministrazione.

Il dramma è proprio questo, nessuno è certo che le due banche saranno salvate. E nessuno degli attuali amministratori si fida di Padoan. Tutti ricordano che due anni fa il ministro ha recitato esattamente la stessa manfrina di oggi. Doveva mettersi d’accordo con la medesima Vestager sulla cosiddetta bad bank cioè l’intervento statale per rilevare dalle banche i crediti ammalorati, cioè non esigibili. Vestager frenava accusando l’Italia di voler dare alle sue banche aiuti di Stato vietati. Padoan discuteva e rassicurava. Il 23 aprile 2015 andò in pellegrinaggio a Bruxelles e disse: «Non c’è nessuna preoccupazione. Stiamo lavorando a tutte le soluzioni possibili, a un certo punto prenderemo una decisione, ma non c’è un calendario». Della bad bank pubblica non si è più saputo niente.

Ieri mattina, quando hanno saputo che Padoan aveva detto «non ci sono scadenze», gli amministratori delle due banche venete si sono ricordati del «non c’è un calendario» di due anni prima e si sono un po’ innervositi. La situazione di Bpvi e, ancora peggio, di Veneto Banca, è molto più preoccupante di quella di Mps. L’istituto senese ha il conto economico in attivo e una debolezza patrimoniale diagnosticata dagli inflessibili censori di Francoforte. Non c’è nessun dramma. La stessa Bce aveva ordinato l’aumento di capitale entro il 31 dicembre, ma forse era uno scherzo perché ieri Padoan ha detto che «non ci sono scadenze».

Meglio così, per Siena. Ma le due ex popolari venete sono in mezzo alla tempesta. Nell’ultimo anno hanno perso almeno un terzo dei depositi, quindi hanno un serio problema di liquidità e anche di conto economico. A differenza di Mps bruciano cassa, come si dice in gergo. Il fondo Atlante, che le ha rilevate nove mesi fa, ha immesso in tutto nelle due febbricitanti creature 3,5 miliardi. Sono già spariti. Adesso per evitare il bail in (in italiano si traduce “fallimento”) servono da 3 a 5 miliardi, a seconda della severità delle prescrizioni comunitarie.

Ma nelle rilassate chiacchiere bruxellesi di Padoan c’è il tema che toglie il sonno a tutti i consiglieri e manager delle due venete: Vestager ammette l’aiuto di Stato se l’azionista privato Atlante si fa carico di coprire le perdite di esercizio. Cioè se mette altro capitale. Solo che i grandi soci di Atlante, in primis le maggiori banche (Intesa e Unicredit) hanno detto a Penati che non vogliono che metta più un solo euro sulle due banche venete, dopo aver bruciato 3,5 miliardi che, nelle promesse iniziali dell’economista della Bocconi dovevano rendere il 6 per cento all’anno. Stanno litigando.
Gli ottimisti aspettano che lo stellone dispieghi i suoi magici effetti. Ma chi in questa storia c’è dentro fino al collo sa che stavolta potrebbe finire veramente male.

Giorgio Meletti
BPVi e Veneto Banca, giorni contati: i due cda pensano alla fuga
Il Fatto Quotidiano
22 marzo 2017

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