Azioni responsabilità a Zonin, Consoli&C: alla faccia dei «tempi rapidi»

Mentre la magistratura indaga (senza fretta), una domanda sorge spontanea: che fine hanno fatto le cause civili contro gli ex amministratori?

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Non credessimo alle coincidenze, ci verrebbe il sospetto che l’interrogatorio di ieri a Gianni Zonin dei pm vicentini Salvadori e Pipeschi non sia stato casualmente fissato proprio il giorno in cui scadeva l’offerta ai soci BpVi, poi prorogata, di un magro rimborso per i risparmi perduti. Forse si sarebbe svolto prima, se Zonin non fosse stato all’estero (ma un indagato non dovrebbe  restare a disposizione? mah).

Saranno dettagli, e tuttavia la tempistica dell’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza ha visto un’estenuante lentezza, che sarà sì motivata dall’inadeguatezza strutturale della Procura, ma non dalla scelta di sentire per ultimo l’ex presidente della banca. Perchè non in precedenza? Perchè non prima che elaborasse ed esponesse a dicembre in una citazione al Tribunale delle Imprese di Venezia la sua tesi difensiva, che scarica ogni responsabilità all’ex direttore Sorato e all’ex vicedirettore Giustini e al duplice effetto crisi mondiale-nuove regole Ue?

Alla fine, comunque, Zonin ha parlato coi giudici. A differenza di tutti gli altri sotto indagine che hanno scelto il silenzio, fatta eccezione per l’ex presidente di Confindustria Veneto, Roberto Zuccato. Segno che l’ex dominus è sicuro di poter provare la sua «condotta diligente». Riguardo al merito dell’autodifesa, abbiamo già scritto che al netto del piano giudiziari e stando a quello storico, non è pensabile, non è concepibile, non è umanamente possibile che chi è stato responsabile per vent’anni della presidenza non sia responsabile, quota parte, di niente e di nulla che abbia portato al fallimento della banca, come fosse uno che passava di lì. Perchè la Banca Popolare di Vicenza, appesa al filo degli aiuti di Stato, è di fatto fallita. Idem per Veneto Banca. Solo che lì l’ex dominus, Vincenzo Consoli, ha avuto ben altro trattamento dai magistrati di Roma: arresti domiciliari e divieto d’espatrio. E anche su questo l’inchiostro è corso a fiumi, inutilmente.

Mentre la Procura di Roma ha chiuso le indagini e quella di Vicenza pensa, con tutta calma, di riuscirci entro l’estate (rischio prescrizione? che sarà mai!), una domanda ci arrovella, a proposito di responsabilità: che fine hanno fatto le azioni di responsabilità, per altro migliorabili, votate dai due istituti per rivalersi sui beni degli ex amministratori? «Faremo il più presto possibile», aveva solennemente promesso l’ad di BpVi (e capo del comitato strategico di Vb) Fabrizio Viola il 13 dicembre 2016, quando il socio totalitario Atlante diede il via libera in assemblea della BpVi, dopo averlo fatto a Veneto Banca il 17 novembre. E per rimarcare la decisione irrevocabile che batteva sul cielo della patria, ricordò la «precedente esperienza» di Mps quando con analoga causa civile avevano «recuperato 650 milioni». Me cojoni, dicono a Roma. Più realisticamente onesto il presidente di Veneto Banca, Massimo Lanza, che quella volta ha messo le mani avanti parlando di «iter molto complesso, che richiede una preparazione, un’analisi lunga».

«Tempi rapidi»? Semi-rapidi, diciamo. Non proprio esattamente rapidi. Meglio chiamarli lunghetti? Meglio. Lunghini, magari. Ci roviniamo: lunghi. Diciamola tutta: incomprensibilmente lunghi. E sì: son passati tre mesi. Vogliamo farne passare altri tre? E perchè non sei? Magari anche un annetto. Ma sì, che fretta c’è…

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