Chiarot a Firenze a salvare il Maggio. Speriamo bene per la Fenice…

Sarebbe imperdonabile per il ministro Franceschini se, per risollevare dalla crisi la fondazione toscana, si azzoppasse quella di Venezia

Non dev’essere stato facile convincerlo. Troppo legato al “suo” teatro, la Fenice, dov’è riuscito a creare un circolo virtuoso che è la migliore dimostrazione, in Italia, del fatto che la lirica di alto livello può avere un equilibrio gestionale e finanziario. Troppo consapevole delle difficoltà che gli si prospettano abbandonando la laguna. Alla fine, però, il sindaco di Firenze, Nardella e il ministro dei Beni culturali, Franceschini, gli hanno strappato il sì. Così, dal prossimo giugno Cristiano Chiarot sarà il sovrintendente del Maggio Musicale Fiorentino al posto del dimissionario Francesco Bianchi.

Da avveduto specialista, Chiarot avrà chiesto garanzie, sia per quello che lo aspetta in riva all’Arno sia per quello che lascia nella Serenissima. Passa da una Fondazione che negli ultimi anni ha registrato una crescita costante di pubblico, di incassi, di produttività, inanellando bilanci in equilibrio con un debito stabilizzato e sotto controllo un po’ sopra i 20 milioni di euro, a una Fondazione che pur nel prestigio di una storia artistica gloriosa è oggi fra i “punti neri” della lirica italiana, attraversata da una crisi molto lungi dall’essere superata, nonostante le iniezioni di denaro assicurate dalla Legge Bray per stabilizzare un debito che resta assai lontano dal controllo, veleggiando fra i 50 e i 60 milioni.

L’impresa fiorentina è di quelle da far tremar le vene e i polsi, anche perché la lunga crisi ha portato a traumatiche riduzioni dei dipendenti e a una conflittualità molto aspra, dall’interno più volte finita in ambito giudiziario. E sul piano generale, resta incombente la “grande riforma” del settore, per la quale il governo ha delega, che potrebbe vedere una notevole contrazione delle sovvenzioni statali alla lirica e soprattutto una riduzione nel numero delle Fondazioni abilitate a riscuoterle, per virtuosità nei conti e qualità. C’è da credere che Chiarot sia stato rassicurato sul fatto che né il Comune gigliato né lo Stato abbandoneranno il Maggio al suo destino, condizione prioritaria per provare a invertire la rotta della lirica a Firenze. Quanto alle scelte artistiche, il veneziano ha le idee chiare e troverà sponda nel consulente artistico in carica, il veneto Pierangelo Conte, che vedi caso si è formato ed è stato a lungo segretario artistico proprio alla Fenice.

Ma sicuramente il sovrintendente si dev’essere preoccupato anche di garantire alla sua “creatura” la prosecuzione del buon cammino intrapreso. A Venezia, tutti sperano ora che il prossimo capo sia scelto nel nome della continuità, ma nessuno può eliminare la dannosa incertezza che questi avvicendamenti determinano. Perché se l’ipotesi che più corre è quella di una “promozione” dell’attuale direttore artistico, Fortunato Ortombina, magari affiancato da un direttore generale esperto nella gestione e nei rapporti ministeriali, come potrebbe essere l’attuale direttore amministrativo Andrea Erri, al momento è difficile escludere che la situazione s’ingarbugli per effetto del meccanismo perverso delle nomine politicamente sostenute o pilotate, cui da sempre si assiste anche in quest’ambito. E quasi sempre a scapito della logica di professionalità e competenza.

Il fatto è che la modalità della nomina di Chiarot ha caratteristiche decisamente insolite nel mondo della lirica: è raro infatti – noi non ne abbiamo memoria – che un sovrintendente venga strappato al teatro dove opera per essere spedito altrove. Normalmente, quando si rende vacante un incarico, il drappello dei candidati fa parte del ristretto circolo degli addetti ai lavori (ultimamente non solo, con proposte quanto meno improvvisate), che un incarico in quel momento non hanno. La ragione è ovvia: si evita di destabilizzare un teatro per risolvere i problemi di un altro. Specialmente in una situazione di assoluta fragilità come quella delle Fondazioni. Per questo a Venezia, al di là delle rassicurazioni che Chiarot può avere ottenuto, l’incertezza sconfina con una comprensibile inquietudine. C’è da sperare che il ministro Franceschini sappia quello che fa. Sarebbe imperdonabile che per provare a salvare il Maggio, “azzoppasse” la Fenice.

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