Zonin ribadisce: «non è colpa mia»

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«Nessuna dichiarazione». È un Gianni Zonin lapidario quello che ieri è uscito dalla caserma della guardia di finanza di Vicenza dove è stato interrogato per circa 4 ore dai sostituti procuratori Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi. L’ex presidente di Banca Popolare di Vicenza accusato di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza per il crac della banca berica è poi sfuggito ai giornalisti infilandosi in una mercedes grigia. Dell’interrogatorio si sa solo che Zonin, assistito dagli avvocati Francesco Benatti e Lamberto Lambertini, ha risposto a tutte le domande e, secondo varie indiscrezioni sulla stampa, l’ex presidente avrebbe approfittato dell’interrogatorio per respingere le ricostruzioni dell’accusa, provando a ribaltare lo scenario di mala-gestione emerso finora.

«Quello che è successo non è colpa mia», «io e tutto il cda siamo stati tenuti all’oscuro delle baciate e dei fondi esteri». Questa, secondo un articolo di Diego Neri sul Giornale di Vicenza a pagina 16, la linea su cui ha puntato Zonin davanti ai pm. In sostanza si tratta della stessa linea difensiva contenuta nell’atto di citazione della causa civile promossa davanti al tribunale delle imprese di Venezia contro l’istituto di credito e contro Samuele Sorato, ex direttore generale, e Emanuele Giustini, vicedirettore. Nell’atto di citazione Zonin sostiene infatti la tesi secondo cui il tracollo di BpVi è stato causato «da una gestione scorretta da parte della direzione della banca, posta in essere con modalità tali da non poter essere accertata dal cda»

La difesa, secondo Andrea Priante sul Corriere del Veneto a pagina 10, sembra puntare molto sulla relazione degli organi di vigilanza che, analizzando la gestione dell’istituto di credito, attribuiva alla direzione generale «comportamenti connotati da colpa grave se non addirittura da dolo», mentre nei confronti dei componenti del cda si limitava a indicare dei «gravi profili di responsabilità» per essere «rimasti colpevolmente inerti». Il punto dirimente, scrive il Corriere, sta nella distinzione giuridica tra «colpa» e «dolo»: un conto è dire che Zonin avrebbe promosso una gestione illecita della banca, tutt’altro è sostenere che non abbia fatto nulla per impedirlo, magari semplicemente perché tenuto all’oscuro delle manovre di Sorato.

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