Attentato a Londra: “everything changed, nothing changed”

Il racconto di una studentessa veneta. Con una lezione tutta inglese: il terrore si combatte con la dignità della vita normale

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Londra. Presentation sulla democrazia, sull’inclusione, sull’impersonalità delle regole e l’applicazione uguale e uniforme della legge. Un libro dell’economista americano Douglass North, scomparso qualche anno fa. Suona il cellulare del professore, rifiuta la chiamata. Gli arriva un messaggio e interrompe la lezione: “guys, there’s been a terrorist attack in Westminster”.

La lezione continua, ma nessuno ascolta. Un anno dopo Bruxelles tocca a Londra e, parliamoci chiaro, questa volta, a qualche chilometro da qui, potrebbe esserci stato ognuno di noi studenti su quel marciapiede. Le prima ore sono sempre confuse, si cerca di capire il chi il come il quando; ma proprio quando saresti potuto essere tu, l’importanza di questi aspetti sbiadisce, quello che leggi passa in secondo piano rispetto ai volti per strada. Prendo la metropolitana qualche ora dopo, alcuni sanno, altri non sono ancora stati interrotti nella loro routine quotidiana. Penso che potrebbe succedere ancora e in qualsiasi momento, per la prima volta realizzo quella normalità che invocano i governanti dei paesi colpiti.

La premier Theresa May dice che il Regno Unito non ha paura e che non bisogna averne, l’arma migliore è la normalità, continuare con la propria vita. Sadiq Khan, primo sindaco musulmano della Gran Bretagna, richiama la multietnicità di Londra e fa appello ai valori democratici della capitale. “Londoners stand together against this attack on democracy” (i londinesi rimangano uniti dopo l’attacco alla democrazia). Mentre il sindaco richiama l’islam tollerante e integrato di cui fa parte, i commenti e i pensieri volano più veloci di qualsiasi parola. Ecco le critiche sulla donna con il velo che passa vicino al luogo dei fatti, “indifferente”, “tranquilla”. Ecco la diffidenza che cresce, verso veli e barbe più lunghe del “normale”. Dal momento dell’attentato, l’Islam che qui è di casa fa un passo indietro. No non è giusto; l’Isis continua a colpire anche loro ma la paura e la rabbia non sentono ragioni, irrazionali.

Iniziano a dare notizie dell’attentatore, un musulmano di Birmingham, già noto ai servizi segreti. L’Isis rivendica l’attentato, la stampa inizia a scrivere, ma l’attenzione di chi è in città va alle vittime. Mentre cerco di dare loro un volto nel groviglio di notizie che si propagano nel web, una foto racconta la storia di questa giornata. È una bella foto, una di quelle che racconta il dramma senza troppe parole e prese di posizione. Tobias Ellwood, deputato inglese, esce da Westminster e cerca di rianimare con respirazione bocca a bocca il poliziotto ferito dall’attentatore. La foto lo ritrae sconfitto e con il volto macchiato di sangue, il poliziotto ha perso le forze. L’istinto umano, nonostante tutto, urla ancora aiuto e sopravvivenza reciproca.

La May, il giorno dopo parla di altri attacchi che verranno: non è finita. Ma non bisogna avere paura, bisogna andare avanti con la normalità, l’unica risposta che possiamo dare. La metropolitana dobbiamo prenderla tutti i giorni.
Tutti i giorni camminiamo sul ponte di Westminster. Come il poliziotto Keith Palmer, il settantottenne pensionato, il turista americano e la maestra spagnola. Sono stati loro, avremmo potuto essere noi, avrei potuto essere io. È solo un pensiero veloce, la città continua a correre, molti quartieri non se ne sono nemmeno accorti. Questa mattina, a tre giorni dall’attentato la copia del giornale in metropolitana titolava “everything changed, nothing changed”. La Central Line era piena, come sempre.

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  • don Franco di Padova

    Certo la “dignità” esprime forza e la forza concorre a scoraggiare il male.
    Resta però il problema d’interrogarsi sull’Islam o, meglio, sulla facilità con cui gli islamici cedono a derive assassine.
    Loro invocano una sorta di “diritto di reciprocità”: voi ci bombardate con i droni, noi vi uccidiamo con gli attentati.
    Poco importa se io e l’Autrice dell’articolo non abbiamo bombardato nessuno. La rivoluzionaria idea della responsabilità personale è nata con i Profeti del tempo dell’Esilio ed è stata fatta pienamente propria dal cristianesimo. E’ però un’idea estranea a quasi tutte le altre culture, Islam compreso.
    Per questo io posso essere ucciso da un fanatico musulmano a fronte della considerazione generale che gli americani bombardano gli arabi.
    Meraviglioso! Io, che detesto l’imperialismo americano, che disapprovo la subordinazione della politica italiana agli interessi americani, potrei essere ucciso per l’esatto contrario di quanto penso.
    In mezzo a tanta confusione, dovremmo studiare seriamente il Corano e l’Islam, conoscere i criteri ermeneutici sottostanti e valutare seriamente se non sia un grande imbroglio parlare di “Islam moderato”.
    Sia chiaro, i moderati islamici sono un’assoluta maggioranza, ma è anche un’assoluta maggioranza tra gli islamici quella che non condivide i nostri criteri di “giusto” e di “sbagliato”, che non accetta i nostri principi di responsabilità personale, che crede debba esservi una verità per i Credenti e una diversa verità per gli infedeli o per gli sviati, che rifiuta la laicità dello Stato, che ha criteri veritativi dogmatici.
    Il rispetto tra cristiani e musulmani rientrerebbe tra i doveri delle due Fedi, ma diverso discorso è la loro conciliabilità dottrinale: sono diverse e inconciliabili. Tesi diverse nascondono solo un imbroglio.
    L’Europa che conosciamo, grande e cristiana, se non tiene civilmente conto di questa inconciliabilità, oltre a non essere cristiana, non sarà ne grande ne delle libertà.