Quando l’immigrato è integrato: «a Padova noi Romeni voteremo»

Intervista al portavoce Die: «primi in Italia per acquisto della case. Ma ancora poco attivi in politica, e i nostri giovani sono spaesati»

«Ogni volta in cui c’è un fatto criminoso addebitabile ad un romeno mi arrabbio parecchio. Poiché non è giusto che per la cattiva condotta di uno zero virgola di qualche delinquente si sporchi il nome della nostra etnia, fatta di gente che lavora e si guadagna il pane onestamente con fatica». A parlare è Nicolae Alexandru Die, settant’anni, portavoce della comunità dei romeni di Padova. «Migliaia e migliaia di persone che mi piacerebbe si integrassero di più, magari andando a votare alle prossime elezioni amministrative».

UN ROMENO IN ITALIA
La realtà di oggi è molto diversa da quando arrivò qui: «Era dura. Noi venivamo dal mondo comunista romeno, che nel blocco dell’Est era una eccezione visto che sino alla metà degli anni Settanta si godeva di un certo benessere rispetto agli altri Paesi del Patto di Varsavia. C’era occupazione piena perché il lavoro era concepito come una sorta di cassa integrazione generale. Si lavorava tutti, la polizia faceva i raid per tirare fuori dai bar quelli che non si davano da fare. Il punto però è che se lavoravi bene o male poco importava. Il merito non esisteva. Una volta giunto qui in Italia il mondo è cambiato». Nicolae racconta delle sue prime esperienze di lavoro «faticose da morire. Ho fatto prima il muratore, poi il muratore specializzato». Poi grazie alla laurea in ingegneria civile conseguita da giovane al politecnico di Timisoara «un po’ alla volta ho potuto dedicarmi alla libera professione». Sono gli anni quelli tra i Novanta e i Duemila in cui nell’edilizia cominciano ad affacciarsi piccole imprese individuali condotte da stranieri, sia di origine slava che romena. «Ad un certo punto potevo gestire come coordinatore o direttore di cantiere diverse squadre di personale altamente specializzato gente che lavora bene e sodo».

COMUNITA INTEGRATA
Sono giorni, questi, in cui la rabbia popolare è forte dopo il caso di tentato stupro da parte di un richiedente asilo (africano) ospite nel centro di Bagnoli nel Padovano. Die, invece, ci parla dell’integrazione della sua comunità, presente in Italia ormai da trent’anni: «Siamo persone che badano al sodo e che lavorano dalla mattina alla sera. Solo a Padova siamo diecimila, nel Veneto siamo a quota 50mila e arriviamo a 60mila circa se si conta anche il Friuli. Ovviamente tutta questa gente che si dà da fare in silenzio e che rispetta le regole non farà mai notizia. Devo essere onesto però – precisa Die – e devo dire che tanti delinquenti romeni vengono qui in Italia di proposito perché la legge è molto più permissiva. Da noi se commettono metà dei reati che commettono qui finiscono in galera e buttano via le chavi. E che l’Italia sia un Bengodi lo dicono questi stessi soggetti».
A riprova dell’integrazione sostanzialmente avvenuta, basti un dato: l’etnia romena è la prima in Italia per quanto riguarda l’acquisto di abitazioni: oltre il 14% tutto, acquisti perfezionati quasi sempre «tramite un regolare mutuo» come rilevato peraltro dall’ufficio studi di Tecnocasa e dal portale Stranieriinitlia.it. «A Padova le proporzioni sono pressoché le stesse. E dunque, se questa non è integrazione allora non so bene che cosa si debba intendere con questo termine».

TROPPO LAVORO, POCO IMPEGNO CIVICO
Ma l’ingegnere dalla Romania un cruccio ce l’ha: vede la sua comunità molto concentrata sul lavoro «ma io aspirerei ad una integrazione maggiore. Mi piacerebbe che i miei compatrioti si occupassero di più della vita pubblica e politica. So che quando ti rompi la schiena dieci ore al giorno o come operaio o come badante perché questi sono ancora i mestieri che vanno per la maggiore, il massimo che ti concedi è una scampagnata la domenica, un picnic e quattro chiacchiere con gli amici. Tuttavia mi auguro che la nostra comunità sappia andare oltre. Il che vale anche per chi ha acquisito la cittadinanza italiana».

VOTARE (A PADOVA)
Die da alcuni anni, mosso da questo convincimento, si arma di tanto in tanto di volantini, fotocopie, pieghevoli e si reca nei punti di aggregazione della sua comunità, a partire dalle funzioni religiose nella chiesa ortodossa di San Gregorio, distribuendo materiale auto-prodotto per l’educazione civica. Spiega come funzionano le istituzioni italiane. Spiega come si fa ad andare in Comune per ottenere la scheda elettorale per andare a votare «visto che questo diritto come anche quello di essere eletti nei consigli comunali» è sancito dal diritto comunitario per tutti i cittadini membri della Ue.
Tra poco a Padova si vota alle comunali: «Siamo diecimila e in teoria il nostro voto fa gola perché non è la prima volta che ci vengono fatte delle timide avance da vari gruppi politici. Che puntualmente non si fanno più vivi dopo le elezioni. Spesso i miei concittadini mi chiedono per chi dovrebbero votare. A loro io rispondo di votare per chi credono, ma di votare secondo coscienza e dopo essersi informati a dovere».

SECONDA GENERAZIONE? «PERSA»
E così mentre il romeno racconta i frammenti «di una vita fatta di fatica e ricordi» gira e rigira tra le sue mani un suo biglietto da visita, rigorosamente fatto in casa. Dai discorsi e dai riferimenti storici precisi si intuisce che è una persona colta. Dai suoi occhi traspare un misto di serenità («per quei piccoli grandi traguardi che sono riuscito a raggiungere») e di ansia: «Mi preoccupano in realtà i nostri giovani. Quelli della seconda generazione, quella che dovrebbe fare il salto in avanti. Oggi che con la crisi c’è meno occupazione e l’approdo al mercato del lavoro non è così rapido come un tempo mi sembrano un po’ persi, spaesati. Recentemente mi sono recato a Timisoara, la Milano della Romania, piena zeppa tra l’altro di imprenditori veneti. Lì ho visto tanti giovani romeni. Tutti vestiti alla moda. Si sentiva parlare solo di affari, di soldi. So bene che il comunismo è stato una brutta bestia. Ma anche ciò che vedo oggi mi lascia perplesso. Forse sono un fossile, non lo so. Ma comunque la Romania, ricchissima di materie prime, continua ad essere uno stato ricco con un popolo povero. Devo dire che i recenti moti di protesta contro la corruzione stanno scuotendo in parte il Paese. Ma alle volte mi domando che se la transazione dalla dittatura alla democrazia fosse stata gestita con più oculatezza certe situazioni forse le avremmo evitate». Integrati sì, i giovani romeni: sono proprio come i coetanei italiani, mediamente abulici.

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