Difendo Renzi. Anche su Verdini

Il segretario del Pd si candida a premier: dove sta il problema? Lo statuto parla chiaro

Una cosa è sicura: la coincidenza della carica di segretario di partito con quella di candidato premier è regola comune in molti Paesi democratici. Dovrebbe, quindi, essere scontato che anche da noi, nel principale partito del Paese, accada lo stesso, soprattutto essendo la situazione prevista dallo statuto del Pd in vigore. Ma, in Italia, tutto è sempre in discussione, ogni norma viene sempre contestata e si arriva al punto che vi si oppongono pure quelli che l’hanno votata.

Vediamo le ragioni di chi la vuole disattesa. Nel caso specifico, la presa di posizione è sorta con l’arrivo di Renzi sulla scena politica. Si è detto che ha sfasciato il partito, che se ne è disinteressato e che, comunque, non è opportuno che il premier sia anche segretario del partito che lo sostiene. In queste osservazioni, credo ci sia di vero solo il problema che il governo richiede tante tali fatiche da non consentire al presidente del Consiglio di occuparsene nel modo necessario.

Veniamo alle cose negative. In teoria, ma anche nella pratica, se le due figure fossero distinte accadrebbe che il segretario sarebbe il vero dominus della situazione. In pratica il presidente del Consiglio dipenderebbe in tutto e per tutto da lui. Questo non è evidentemente accettabile. Uno che ha responsabilità di governo deve, ovviamente, sentire anche il Partito, ma deve essere assolutamente indipendente nelle decisioni. Governare è fare politica e, senza ricorrere al solito super realista Macchiavelli, è evidente che per raggiungere certi obiettivi, bisogna mediare con altre parti politiche. Personalmente, abbandonate le impuntature giovanili, sono convinto che, per raggiungere un risultato è necessario accettare anche le convergenze di chi non è sulla nostra linea politica. Non mi scandalizzo affatto. L’importante è che l’accordo sia solo su quei punti condivisi, e poi, ognuno a casa propria. E’ accaduto spesso che i duri e puri fossero in realtà solo duri.

Il putiferio sorto per i voti di Verdini su certi provvedimenti del governo Renzi vanno visti in quest’ottica. Se esaminiamo con serenità i fatti vediamo che Verdini e i suoi facevano parte del gruppo Berlusconi che sosteneva il governo Renzi. Quando per l’elezione del capo dello Stato, B. tolse il sostegno al governo, Verdini pensò che le motivazioni per le quali il centrodestra aveva oppoggiato Renzi non fossero venute meno, e continuò a sostenerlo. Per tale sostegno, e non solo da parte degli avversari, si disse che Verdini sarebbe stato in qualche modo ricompensato. Non ebbe alcun premio, non ebbe sottosegretari o altre cariche e fu pesantemente condannato dai tribunali. E allora, dove sta lo scandalo? Se poi qualcuno mi chiedesse se mi piace Verdini, la mia risposta sarebbe, ovviamente, negativa.

Vorrei anche aggiungere che se il segretario è impegnato nel governo, può essere sufficiente che lui determini le regole organizzative e comportamentali del suo partito e ne lasci la realizzazione e il controllo a collaboratori fidati. Se questo non avviene è un grave errore che dipende però dalle persone delegate e dai problemi che una forte fronda interna acuisce. Ricordo, infine, che uno fa il segretario se viene eletto dalla maggior parte degli iscritti e che quando, appunto, lo statuto prevede la doppia carica, non si può accusarlo di disinteressarsi del partito e di distruggerlo. Direi, semmai, che sono le minoranze ipercritiche a nuocergli con un incessante lavoro ai fianchi.

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