Declino di Forza Italia in Veneto: zero candidati sindaci

Il partito di Berlusconi è commissariato e indebolito, come dimostra Verona. A Vicenza non sfonda l’idea di “sindacarie”

Siamo alle solite: poltronocrazia. Ad ogni scadenza elettorale, fisiologicamente ma anche grottescamente, i partiti e i loro leader e leaderini hanno come assillante preoccupazione non i problemi (ci si penserà dopo, una volta eletti), non i programmi (già Max Weber segnalava quanto siano, in realtà, un accidente superfluo, nella lotta politica), non le idee (modificabili e interscambiabili a piacimento, a seconda dell’opportunità momentanea), ma le candidature, i posti. In Veneto, il centrodestra che governa la Regione con una maggioranza forza-leghista a trazione zaiana (è il presidente Zaia, col suo fortissimo seguito personale, ad aver assicurato la vittoria, altrimenti “addìos“, direbbe Cannavacciuolo), questo centrodestra sulla carta dominatore assoluto, è invece alla mercè di tensioni interne per le quali, va da sè, il cittadino elettore rappresenta l’ultimo dei pensieri.

A Verona il deputato Alberto Giorgetti ci sperava sul serio, di essere lui il candidato sindaco delle imminenti (giugno) elezioni comunali. Ma l’euronorevole leghista Lorenzo Fontana, braccio destro del segretario del partito Salvini e vero arbitro del Carroccio sull’Adige, ha puntato invece sull’ex forzista e ora civico Federico Sboarina. Sacrificando il proprio uomo, Tosato. Una volta tanto, visto dalla parte della rissosa coalizione locale di centrodestra, una scelta fatta più sul merito delle qualità politico-elettorali (tradotto: Sboarina è considerato più vincente, per il suo profilo personale, rispetto sia a Giorgetti che a Tosato) che non sul bilancino delle appartenenze. I “giorgettiani” di Forza Italia strepitano e protestano, e aprono la prospettiva di un’alleanza di centro con Tosi contrapposta a Forza Italia “ufficiale” e alla Lega. Gli ex tosiani Casali e Grigolini accentuano la parte di “ex”, e quindi a quanto pare vireranno su Sboarina. In un quadro frammentatissimo (come scrivevamo qui), al primo turno sarà battaglia all’ultimo voto per averne uno in più degli altri e strappare il primo e secondo posto per il ballottaggio.

Il Corriere del Veneto di oggi scrive che la Lega ha dovuto rinunciare al suo candidato veronese per aver già quello a Padova (l’ex sindaco Massimo Bitonci, senza contare il primo cittadino in carica a Rovigo, Massimo Bergamin). Inoltre c’è da mettere nel conto che, con tutta probabilità, avrà pure quello a Treviso nel 2018 (magari sotto mentite spoglie “civiche”, avere la tessera di un partito ormai porta rogna: lo ha capito anche Salvini, che aveva dettato la linea generale di candidare sempre un leghista, salvo poi, come a Verona, ritirarlo: vedremo cosa accadrà a Belluno, dove la scelta è finora caduta su Franco Gidoni).

Questo primeggiare della Lega si spiega con un dato che tutti sanno ma pochi ricordano: il partito di Berlusconi, in tutta Italia e anche in Veneto, è ormai ridotto ad un partitino. E non solo dal punto di vista dei sondaggi: da queste parti, dopo il crollo della classe dirigente storica (Galan ecc) non c’è stata più vita pulsante, nè una regìa degna di questo nome. Basti pensare ai pasticci combinati a Padova, dove gli azzurri prima contribuiscono alla congiura contro Bitonci (perchè, al netto di quanto questi se la sia cercata, di una manovra di palazzo si è trattato), poi silurano esecutori e vertici, e infine, come se niente fosse, fanno finta di niente (o meglio, fa finta di niente: ad essere additato come responsabile del marasma è il proconsole berlusconiano Ghedini). Un partito da albumina, commissariato e alla deriva.

Dove la Lega è più debole, invece, è a Vicenza. In città non è mai stata questo granchè, nè come consensi nè come qualità e numero di esponenti. Eppure, per voce del suo segretario Celebron, ha liquidato sprezzantemente l’autocandidatura di un ex Msi, ex An ed ex Futuro e Libertà (do you remember Gianfranco Fini?) ed ex vicesindaco nel 1998, Giorgio Conte. E non solo Celebron: Fratelli d’Italia (leggi: il consigliere regionale Sergio Berlato) ha messo il veto. Il revenant Conte almeno, gli va dato atto, ci ha messo la faccia con largo anticipo, rispetto al vuoto pneumatico di candidature possibili in cui galleggia il centrodestra berico. Il dato che sottovaluta, a parte non essere un volto nuovissimo, è che l’idea di primarie (“sindacarie”) non solo nel suo campo non piace, ma soprattutto è poco fattibile perchè a decidere sono, e a meno di sorprese resteranno, i grandi capi nelle segreterie nazionali. Perchè, rispetto a Verona o Treviso, Vicenza dovrebbe fare eccezione e mettersi di traverso al potere esclusivo di nomina dall’alto di Salvini e Berlusconi? Anzi, sembra che nel capoluogo vicentino un’ipotesi di personalità civica piaccia di più di un politico come l’assessore regionale forzista Elena Donazzan (che ha fatto intendere che potrebbe correre, ma sembrava più una reazione a caldo di stop a Conte), o come l’ex sindaco Enrico Hüllweck (azzoppato dall’indagine su Borgo Berga e dal fatto di non essere propriamente il nuovo che avanza).

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