Marzotto “Charlie Brown”: «speedway italiano? In decadenza»

E’ stato uno dei più grandi piloti del nostro Paese, oggi è il più importante produttore di motori di questa specialità

Giuseppe Marzotto è stato uno dei più grandi piloti italiani di speedway. Oggi è il più importante produttore di motori per questa specialità. Il Mondiale è quasi un campionato monomarca perché la maggioranza dei piloti usa i propulsori prodotti dalla GM di Alonte, la sua azienda in provincia di Vicenza.

In Italia come vanno le cose?
Lo speedway ormai è una m…a. Non abbiamo più piloti in grado di competere nel Mondiale, il campionato italiano è di livello molto basso, non si riesce nemmeno a mettere insieme i 16 piloti che servono per la gara. Sono costretti a invitare gli stranieri per completare i ranghi.

Però alle corse c’è sempre molto pubblico.
Solo alle prove del Mondiale, perché ci sono grandi conduttori che assicurano spettacolo e attirano appassionati. Nelle corse del campionato italiano invece manca adrenalina. Ma lo speedway è una corrida, ci vogliono piloti con spirito di sacrificio, voglia di emergere. I nostri oggi non ne hanno.

A chi dà la responsabilità di questa decadenza?
Ad Armando Castagna, il Direttore Tecnico della Nazionale. Come pilota è stato eccezionale, non altrettanto come dirigente. Da anni mi sta facendo la guerra per motivi commerciali, perché lui rappresenta la Jawa, un produttore di motori della Repubblica Ceca. Però per vincere ci vogliono i miei motori. Dall’83 abbiamo vinto 66 titoli mondiali. I piloti italiani non usano motori GM e i risultati si vedono…

Come è avvenuto il suo passaggio da pilota a costruttore?
Quando ho cominciato a correre, nel 1974, lo speedway era uno sport quasi amatoriale. Io non sono mai stato un professionista. Ho sempre gareggiato, anche all’estero, a spese mie. Nel ’76 uscirono dei nuovi motori, prodotti dalla inglese Weslake, che però non aveva rete commerciale all’estero e, per acquistare i ricambi, dovevo andare in Gran Bretagna. Una volta, tornando, mi hanno fermato alla dogana per un problema di fatture. È stato in quella occasione che ho deciso di costruirmi un motore. Ci sono riuscito in tre anni. Nel 1983 ho vinto il titolo italiano correndo con il mio nuovo propulsore. Che andava così bene che è riuscito a far vincere, nello stesso anno, il Mondiale ad un pilota tedesco considerato un out sider.

Per lei quindi una passione si è trasformata in business?
È stata dura però. All’inizio ho dovuto lottare con mio padre, che non voleva che corressi. Siccome gli dava fastidio che il mio nome comparisse sui giornali, sono stato costretto a correre sotto pseudonimo, quel “Charlie Brown” con cui sono conosciuto e ricordato. Ho sempre pagato di tasca mia per correre. Certo avevo qualche sponsor che mi forniva materiali: caschi, pneumatici. Sono stato io a convincere la Pirelli a produrre gomme per lo speedway, poi ci hanno vinto dieci Mondiali.

In Italia lo speedway ha una popolarità circoscritta al Veneto e al Friuli. All’estero?
Qui ormai ci sono solo un paio di piste. Il Motoclub Lonigo ha abbandonato molti anni fa la Favorita di Monticello di Fara, costruita dal parroco nei primi anni Settanta, quando ha aperto il proprio impianto a Lonigo. C’è sempre stata rivalità fra loro e il Motoclub La Favorita, con cui ho sempre corso io. Lo speedway va molto bene in Polonia, è quasi uno sport nazionale. Ci sono piste e piloti. È un po’ in flessione invece in Gran Bretagna, dove più ha avuto successo in Europa già prima della guerra. In America non ha molta diffusione, un paio di piste in California e basta. Lì va di più la specialità flat track, che però è un’altra cosa. Si corre in pista lunga, con moto da cross adattate.

Se ci fosse maggiore copertura televisiva lo speedway sarebbe più popolare in Italia?
La televisione va dove c’è spettacolo. Oggi nel nostro paese lo speedway non è spettacolare.

Tags: ,

Leggi anche questo