Difendere la famiglia: ma quale?

La scoperta del Dna e le trasformazioni psico-sociali hanno cambiato molto. Ma non tutto. Il guaio è che non ce ne rendiamo conto

La famiglia va protetta, senza dubbio. Ma, inevitabile, oggi si solleva la domanda: quale famiglia? Quella tradizionale, naturalmente monogamica e con un solo matrimonio per ogni vita. Perché? Questo tipo di famiglia ormai rappresenta una minoranza rispetto ad altre forme di famiglia e di convivenza nel mondo occidentale. I dati affermano che chi si sposa oggi ha solo un terzo di possibilità di non divorziare. Vent’anni fa ne aveva una su due. Quarant’anni fa solo un matrimonio su venti si scioglieva. Per non parlare delle diverse forme sociali e biologiche di maternità, paternità e convivenza. O non convivenza per niente. La difesa di questa forma minoritaria di famiglia tradizionale quindi è necessaria per rallentare un cambiamento troppo rapido e dare il tempo di ricostruire nuovi valori sociali, norme adeguate e una nuova “gen-etica” che conservi la solidarietà e quei legami stretti che si trovano quasi esclusivamente tra parenti.

Il cambiamento è di carattere epocale, non solo storico e nemmeno un costume passeggero. Per questo non sarà né immediato né precisamente immaginabile. Nella storia dell’umanità, il rapporto tra maschi e femmine cambiò una prima volta non meno di 200.000 anni fa, quando gli ominidi si accorsero che i bambini nascevano a seguito dei rapporti sessuali. Una volta scoperto che, oltre a una madre, esisteva anche un padre e quindi un legame biologico tra i maschi e i loro figli, le relazioni cambiarono completamente. Questa scoperta scientifica portò all’esigenza o al desiderio di riconoscere la paternità che tuttavia rimaneva sempre incerta. Per renderla certa si stabilirono varie forme di famiglia in gran parte patriarcali che garantivano al maschio la certezza della propria prole. Un’esigenza, oltre che sociale, necessaria a evitare incesti per evitare il decadimento delle comunità. Non a caso l’incesto è tuttora la violazione considerata più contro-natura di tutte. D’altra parte il riconoscimento della paternità assicurava al figlio e alla madre la sicurezza di un padre obbligato alla loro difesa e al mantenimento.

Tutto questo è cambiato alla fine del passato millennio. Da una parte, la scoperta del Dna consente un riconoscimento certo della paternità su base biologica e non solo giuridica. Ne hanno guadagnato i maschi o le femmine? Non si può dire, ma senz’altro sono cambiati i termini del rapporto. Una volta la femmina godeva del privilegio di potere mentire sulla paternità del proprio figlio. Sebbene somigliasse tutto al vicino di casa, il marito non poteva portare alcuna prova che il figlio non era suo. Da qui la tendenza – culturale o genetica che fosse – da parte dei maschi a tenere le mogli sotto controllo e possibilmente segregate. Anche l’idea di possesso della femmina da parte del maschio nasce da questa esigenza o desiderio. A sua volta il maschio che ingravidava una femmina, anche con la violenza, poteva sottrarsi ai doveri della paternità negandola.

Il riconoscimento certo del figlio tramite il Dna, trasforma il matrimonio e la fedeltà da legami giuridici per la tutela della prole in vincoli prevalentemente morali. Oltre al Dna, altre tecnologie hanno reso la famiglia tradizionale di minore utilità sociale. L’umanità s’è quasi completamente liberata dai lavori che richiedono la forza fisica del maschio e le femmine possono svolgere qualsiasi lavoro un tempo prerogativa dei maschi. La femmina non ha più bisogno, non solo di essere mantenuta, ma nemmeno difesa dal maschio. A tutto questo si aggiunga il fatto che il piacere sessuale della femmina grazie alle tecniche di prevenzione della maternità, ritorna a essere psicologicamente simile a quello delle nostre antenate del Pleistocene le quali, non sapendo che il sesso avrebbe comportato le gravidanze, vi si dedicavano nella più assoluta spensieratezza.

Di tutto questo e di altro ancora, non si può non tenere conto anche se non significa auspicare e nemmeno accettare qualsiasi sconvolgimento della famiglia naturale in tempi brevi. Da circa 200.000 anni fa a oggi le modifiche nel patrimonio genetico dell’umanità non sono state rilevanti rispetto a questo problema, ma nemmeno nulle. Quelle culturali e psichiche, per quanto molto più rapide, non sono immediate e allo stesso tempo la società non può cambiare un’organizzazione sedimentatasi da secoli. Le nostre sensibilità rimarranno ancora quelle dei nostri antenati per varie generazioni e rinunciare ai legami famigliari basati sulla “gen-etica”, cioè la dissoluzione della famiglia naturale, comporta rischi e disagi non indifferenti. Che peraltro già stiamo vivendo, talora senza comprenderli a fondo.

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