Prefetto di Venezia sbaglia, basta con “gli italiani brava gente”

Boffi sostiene che il carattere ospitale del nostro popolo aiuta le indagini. Sì, ma non aiuta l’Italia

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«Abbiamo prove concrete, raccolte durante l’attività investigativa, che dimostrano come nella fase di reclutamento gli islamisti radicali sbattano contro considerazioni come “gli italiani sono brave persone”, “non ci fanno la guerra”, “qui stiamo bene”, “perché mai dovremmo far loro del male?”. Chiaramente questo non esclude il gesto di un pazzo isolato ma restringe moltissimo il cerchio dei possibili attentatori e facilita il controllo, in collaborazione con le comunità musulmane. Anche l’operazione di giovedì è nata così, seguendo attentamente una persona specifica». Così al Corriere del Veneto di ieri il prefetto di Venezia, Carlo Boffi, commentando l’arresto dei tre kosovari (e il fermo di un minorenne), tutti con regolare permesso di soggiorno, accusati di voler far saltare il ponte di Rialto. Per combattere efficacemente i fanatici islamisti (e non semplicemente “islamici”, a meno di non voler considerare potenzialmente terrorista il 20% della popolazione mondiale) noi italiani non dovremmo fare altro che continuare a fare gli italiani: ospitali, buoni, bravi. “Italiani brava gente”, insomma.

Proprio il contrario, invece. A parte il fatto che questo del buon italiano è un mito da sfatare (basterebbe ricordare di quali eccidi furono capaci i nostri compatrioti nella repressione della rivolta-“brigantaggio” nel Sud post-unitario, di quanta ferocia in Etiopia coi gas e con i massacri ordinati dal maresciallo Graziani – in foto -, di quali orrori si macchiarono entrambe le parti durante la guerra civile fra il 1943 e il 1945, della macelleria di Piazzale Loreto, delle crudeltà della mafia, altro nostro prodotto tipico esportato in tutto il mondo, e fermiamoci qui), a parte che il nostro contributo e sostegno alle infami e controproducenti guerre in Medioriente lo abbiamo fornito anche noi, vorremmo capire quale utilità alla lotta al terrore può venire dal lanciare un simile messaggio. Che se sul piano strettamente investigativo, come dice il prefetto, facilita il lavoro delle forze dell’ordine (loro sì, almeno in questo caso, brave) perchè evidentemente fa sentire un aspirante terrorista senza quell’accerchiante fiato sul collo nemico dei passi falsi, dal punto di vista culturale è un sostanziale invito a non fare niente di più di quel che già facciamo. Cioè, al netto del dovere di segnalazione del cittadino esemplare, niente. O meglio: niente altro rispetto a quell’accomodare, a quel farsi i fatti propri, a quel menefreghismo in cui beatamente viviamo imbozzolati, al grido funzionale al consumo (the show must go on) “non cambieranno il nostro modo di vivere”. Dei bravi coglioni, insomma.

Se siamo in guerra come dicono, il controllo del “fronte interno” dovrebbe essere svolto come in guerra, naturalmente con le debite differenze rispetto al conflitto convenzionale. Per esempio, invece di buttare dalla finestra i soldi come facciamo in allegrezza, usiamoli per una capillare campagna d’informazione per tutti, giovani e adulti, condotta con la doverosa cooperazione delle comunità musulmane, sulla loro religione, sulla storia dei Paesi islamici, sulla situazione geopolitica, e anche, sissignori, per corsi d’addestramento in caso di pericolo terroristico. Voi sapreste come comportarvi, se per malaugurio doveste rischiare la vita? Io, no. E sapete perchè negli ultimi decenni si è creato in seno all’Islam questo sordo e cieco risentimento anti-occidentale? Sapreste discernere le responsabilità nostre dalle loro? La maggior parte di voi se ne frega altamente, e in un attentato che anzichè sventato andasse in porto, com’è successo a Berlino, com’è successo in parte a Londra, com’è successo a Parigi, creperebbe sotto il fuoco o sotto un camion di un qualunque “martire” fai-da-te senza neppure aver capito perchè ci sta lasciando le penne.

Dovremmo de-italianizzarci, altrochè. Diventare, almeno un po’, più seri, più severi, più duri, anche. Ma con noi stessi. Invece preferiamo oscillare fra la rappresentazione autoconsolatoria e autoassolutoria, albertosordesca, e il razzismo a buon mercato che è l’altra faccia della nostra vigliaccheria. Il vero carattere degli italiani non è la bontà: è la fuga dalla responsabilità.

(ph: http://cesim-marineo.blogspot.it)

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  • don Franco di Padova

    Il vero carattere degli italiani non è la bontà: è la fuga dalla responsabilità.

    Quanto ai gas, è inutile piangerci su: è logica di guerra. Gli Etiopi usavano pallottole dum-dum, i greci parassitavano le acque, gli inglesi radevano al suolo Dresda con le bombe al fosforo per rilevarne l’effetto, gli americani con le bombe atomiche radevano al suolo le due città giapponesi cattoliche ed i vietnamiti con il napalm, i sovietici erano così impegnati ad ammazzare i cosiddetti dissidenti che hanno utilizzata l’esperienza per far scomparire decine di migliaia di prigionieri di guerra, i tedeschi hanno scelto la “soluzione finale”.
    Forse la guerra è il luogo degli eroi, ma non certo il luogo dell’eticità dei comportamenti.
    Con varie scuse e con le ragioni dei vincitori, non si può occultare il fatto che tutti gli eserciti fanno porcherie, alcune perfino legali (quali le rappresaglie nelle condizioni e limiti del trattato dell’Aja), ma sempre porcherie.
    Gli italiani, non fanno eccezioni.

  • Ugo Agnoletto

    “Grecia 1943: quei fascisti stile SS
    di Enrico Arosio

    Domenikon come Marzabotto. Oltre 150 uomini fucilati per rappresaglia. Ora un documentario alza il velo sulle stragi del nostro esercito. Occultate

    I partigiani avevano fatto fuoco dalla collinetta, quando il convoglio aveva rallentato in curva, a un chilometro dal villaggio di Domenikon. Erano morti nove soldati italiani. Dunque i greci andavano puniti: non i partigiani, i civili. Domenikon andava distrutta. Per dare a tutti “una salutare lezione”, come scrisse poi il generale Cesare Benelli, che comandava la divisione Pinerolo. “Qui al villaggio, prima, i soldati italiani venivano per un’ora o due, flirtavano con le donne, poi se ne andavano. A Elassona avevano fidanzate ufficiali. Erano dei dongiovanni”, racconta un contadino davanti alla cinepresa. Prima, sì. Non il 16 febbraio 1943. Quel giorno gli italiani brava gente si trasformarono in bestie.
    L’eccidio di Domenikon, la piccola Marzabotto di Tessaglia, è un crimine italiano dimenticato. In stile nazista, solo un po’ meno scientifico. Fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione, e stabilì un modello. Il primo pomeriggio gli uomini della Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e fecero un primo raduno sulla piazza centrale. Poi dal cielo arrivarono i caccia col fascio littorio. Scesero bassi, rombando, scaricando le loro bombe incendiarie. Case, fienili, stalle bruciarono tra le urla delle donne, i muggiti lugubri delle vacche. Gli italiani gliel’avevano detto, raccontano i vecchi paesani: “Vi bruceremo tutti”. Il maestro, che capiva la nostra lingua, avvertì: “Mamma. Ci ammazzano tutti”.
    Molti non avevano mai visto un aereo. Al tramonto, raccontano i figli degli uccisi, le famiglie di Domenikon furono portate sulla curva dei partigiani. Dopo esser stati separati dalle donne, tra pianti e calci, tutti i maschi sopra i 14 anni, fu ordinato, sarebbero stati trasferiti a Larisa per interrogatori. Menzogna. All’ una di notte del 17 gli italiani li fucilarono nel giro di un’ora, e i contadini dovettero ammassarli in fosse comuni. “Anche mio padre e i suoi tre fratelli”, ricorda un vecchio rintracciato da Stathis Psomiadis, insegnante e figlio di una vittima che si è dedicato alla ricostruzione dell’eccidio, indicando la collina di lentischi e mirti. La notte e l’indomani i soldati della Pinerolo assassinarono per strada e per i campi pastori e paesani che si erano nascosti: fecero 150 morti.
    È tutto ricostruito nel documentario ‘La guerra sporca di Mussolini’, diretto da Giovanni Donfrancesco e prodotto dalla GA&A Productions di Roma e dalla televisione greca Ert, che andrà in onda il 14 marzo su History Channel (canale 405 di Sky). La Rai si è disinteressata al progetto. Il film, che riapre una pagina odiosa dell’Italia fascista, si basa su ricerche recenti della storica Lidia Santarelli. La docente al Centre for European and Mediterranean Studies della New York University, parlando con ‘L’espresso’ di Domenikon e dei massacri italiani in Tessaglia, Epiro, Macedonia, li definisce “un buco nero nella storiografia”. Che cosa sa il grande pubblico della campagna di Grecia di Mussolini? Ricorda il presidente Ciampi, le commosse rievocazioni della tragedia di Cefalonia, il generale Gandin e la divisione Acqui, le emozioni cinematografiche di ‘Mediterraneo’ e del ‘Capitano Corelli’, con gli italiani abbronzati, generosi, portati a fraternizzare. Una proposta di legge (Galante e altri) presentata alla Camera il 24 novembre 2006 per istituire una Giornata della memoria delle vittime del fascismo accenna all’eccidio di Domenikon; ma è un’eccezione.Italiani brava gente? Per nulla.”Domenikon”, dichiara la Santarelli nel film, “fu il primo di una serie di episodi repressivi nella primavera-estate 1943. Il generale Carlo Geloso, comandante delle forze italiane di occupazione, emanò una circolare sulla lotta ai ribelli il cui principio cardine era la responsabilità collettiva. Per annientare il movimento partigiano andavano annientate le comunità locali”.L’ordine si tradusse in rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione di riserve alimentari. A Domenikon seguirono eccidi in Tessaglia e nella Grecia interna: 30 giorni dopo 60 civili fucilati a Tsaritsani. Poi a Domokos, Farsala, Oxinià.

    (28 febbraio 2008)

    • Albert Blue

      Rappresaglie di guerra, domanda: sono sbagliate perchè abbiamo perso o sono sbagliate e basta?

  • Albert Blue

    Violenze italiane, certamente.
    Mi immagino i sacerdoti della nonviolenza, del buoncuore di fronte ad una rivolta (mezzogiorno, libia…)…andrebbero di sicuro a dialogare di diritti umani con gli insorti.
    Italiani brava gente? sicuramente un mito, la violenza l’abbiamo usata noi come l’hanno usata tutti gli altri gruppi umani su questa terra…ma si sa: se la violenza proviene da alcuni gruppi è moralisticamente condannabile, negli altri casi invece si deve “contestualizzare”.