Vicenza, il Pd scendiletto di Variati e vice-Variati

Il sindaco e il suo numero 2 maltrattano il partito di maggioranza. Che rischia non solo la dignità, ma di perdere pure le primarie

Il Partito Democratico a Vicenza ha tra le sue file il sindaco, Achille Variati (che è anche presidente della Provincia, dell’Unione Province Italiane e siede nel cda di Cassa Depositi e Prestiti), tre assessori su sei, undici consiglieri comunali (fra cui il presidente dell’augusto consesso, Federico Formisano). Alle ultime elezioni comunali, nel 2013, ha raccolto il 28,5%, surclassando la civica-flop di Variati (che si fermò al 19%). Una qualunque persona sana di mente sarebbe indotta a pensare che un peso, non diciamo esclusivo, ma senz’altro preminente, il Pd ce l’abbia, nel capoluogo berico. Il segretario cittadino Enrico Peroni (in foto) e il capogruppo in consiglio Giacomo Possamai conteranno pur qualcosa.

Sì: poco più del due di picche. Prendiamo due recenti dossier mica da niente. Primo, l’aggregazione fra la multiutility comunale Aim e l’omologa veronese Agsm. Lasciamo perdere per ora il fatto che sia incerta per la scadenza di mandato del sindaco di Verona, Flavio Tosi: il punto è che quando ne venne dato l’annuncio, i piddini lo seppero dai giornali. Variati aveva fatto tutto senza coinvolgerli, anzi senza neppure informali. Esempio numero due: la decisione di ridare in mano a Marco Goldin la Basilica Palladiana per una mostra studiata appositamente come volano propagandistico per il vicesindaco Jacopo Bulgarini d’Elci, che vota Pd ma non è del Pd. Anche in questo caso, i Democratici ne sono venuti a conoscenza a cose fatte.

Inutile dilungarsi in fraseggi interpretativi: sindaco e vicesindaco di Vicenza trattano il partito di maggioranza come il padrone tratta la servitù. Se è facendosi umiliare così che il Pd intende andare alle primarie per il candidato sindaco nel 2018, elargendo magari anche un bel regalo alla premiata coppia di Palazzo Trissino disperdendo le forze in due, tre o quattro candidature (senza peraltro averne ancora individuata una convincente), facciano pure. Si chiama suicidio politico. Viceversa, se non sono ancora tutti evirati, si ricordino le parole di Étienne de La Boétie nel suo “Discorso sulla servitù volontaria”: «Siate decisi a non servire più e sarete liberi!».

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