Padova, campagna elettorale senz’anima

I candidati sindaco parlano di temi ordinari, senza visione nè passione. Giordani? Mancate primarie, vizio di fondo. Anche se Salviato..

È vero, mancano ancora due mesi alle elezioni comunali. E tuttavia stupisce che la campagna elettorale a Padova non abbia trovato ancora temi capaci di animare un dibattito serio sul futuro della città. Già, perché il suo declino – segnato dalla inconcludente gestione del “podestà” Bitonci, defenestrato ad opera di una parte dei suoi stessi alleati – richiedeva una riflessione su un rilancio di identità, e di ruolo, che è invece finora mancato.

CAPITALE VENETA
Eppure Padova è la capitale reale del Veneto. Sede di una delle più antiche Università del mondo, è città d’arte (anche se poi l’unico turismo che la raggiunge è quello – mordi e fuggi – della devozione al Santo), è snodo logistico strategico e conserva ancora una rilevante ricchezza finanziaria, nonostante sia ormai priva di una propria banca di riferimento (l’Antonveneta, già settima banca del paese, è sparita nel buco stratosferico della senese Montepaschi, mentre la Cassa di Risparmio del Veneto, in parte erede della storica Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, è solo una dipendenza regionale di Intesa Sanpaolo). Ricca di terziario avanzato, e di alcune eccellenze manifatturiere, essa è città di dimensioni medio-piccole con periferie degradate, e ancora irrisolti problemi di mobilità. Ma il degrado sta anche in centro storico, non solo con molti edifici da risanare e da togliere all’abbandono, ma anche con una parte dello storico Caffè Pedrocchi, proprietà comunale, e a un passo dal Municipio, in uno stato di precaria conservazione e salvaguardia.
Il che sta a dire che esistevano (esistono!) tutti i motivi per una campagna elettorale vivace, anche al calor bianco se necessario, e per un dibattito alto in grado di riprogettare il ruolo della città-baricentro di quel Veneto di cui qualcuno sogna una antistorica indipendenza. E invece no! Calma piatta, e pura melina.

RIFONDAZIONE PADOVANA
Eppure, ora, i candidati sindaco non mancano, opportunamente dislocati tra sinistra alternativa, centrosinistra, centrodestra e il sempre indefinibile/inclassificabile M5S. Tutti impegnati a coltivare il proprio possibile orticello elettorale, ma nessuno disposto (o capace?) a volare alto: ovvero a delineare una strategia di sviluppo, e di rifondazione del ruolo non solo della città, ma di quell’unica vera area metropolitana oggi esistente in Veneto, ovvero Padova e la sua prima e seconda cintura, le cui attività economiche e di servizio sono tra loro strettamente interconnesse, come dimostrano nelle ore di punta le strozzature di traffico in accesso e in uscita dal capoluogo euganeo.

MOLTO FUMO, POCO ARROSTO
Ma i candidati si occupano d’altro: del degrado genericamente inteso, di astratta sicurezza, di trasparenza della macchina comunale e via elencando. Tutte cose giuste, per carità, ma espresse fumosamente, e che sanno più di ordinaria manutenzione/razionalizzazione dell’esistente che non di capacità di guidare la città in un percorso virtuoso che coniughi sviluppo, occupazione e cultura, rendendola protagonista della rinascita del Veneto e del Nordest. Perché di questo si tratta! Amministrare Padova significa guardare lontano, come fece ai suoi tempi uno dei grandi sindaci di questa città, Ettore Bentsik: contrastando, in una visione di ampio respiro, le scelte che il suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, faceva in sede regionale.
Come dire, senza voler offendere i vari candidati, che questa campagna elettorale sottotono pare essere quella di uno qualsiasi dei tantissimi comuni o piccoli centri del nostro paese, e non quella (decisiva, a mio modo di vedere) per il governo della “capitale” morale del Veneto: che può (deve) tornare una delle aree forti dell’Unione Europea.

ASSO NELLA MANICA
Ma vengo alla cronaca dell’altro giorno, dalla quale si apprende di un nuovo appoggio a Sergio Giordani, il candidato dapprima indipendente (della serie che nessuno mai avrebbe potuto mettere il cappello sulla sua candidatura) e poi divenuto – per un atto di “generosità” verso la città, questa la tesi del Pd che così rinunciava ad una propria candidatura – proprio il candidato ufficiale di un partito, quello dei Democratici padovani. Peraltro senza primarie: cosa non solo scorretta ma, a interpretare gli umori della base, foriera o di astensioni dal voto o, al contrario, di un possibile irrobustimento del consenso al candidato di Coalizione Civica, il prof. Arturo Lorenzoni. Il che non aumenterà le sue possibilità, né indebolirà Giordani, stante che per quest’ultimo si è schierato Fabio Salviato, fondatore di Banca Etica e già ispiratore di Padova 2020, movimento politico che di Coalizione Civica fa parte. Come dire che, in un gioco a somma zero, i voti ex-Pd che si spostassero su Coalizione Civica verrebbero compensati da quelli che, probabilmente, dagli ex-Padova 2020 potrebbero arrivare a Giordani.

PATTO DELLA DEFENESTRAZIONE
Il quale, appunto venerdì, ha incassato l’adesione di “Area civica”, il raggruppamento che fa a capo al sottosegretario Barbara Degani e a Maurizio Saia, l’ex-assessore che di Bitonci è stato il vero defenestratore, con i Pd nel ruolo di solerti comprimari. Tanto da accettare il modo un po’ ignobile della defenestrazione: ovvero quella per via di dimissioni in massa da un notaio, e non attraverso una sfiducia dibattuta a viso aperto in Consiglio Comunale.
Il sostegno al candidato del Pd, anche se Degani e Saia lo hanno ambiguamente definito candidato “civico”, era nelle cose: probabile patto segreto della defenestrazione bitonciana, brutta, bruttissima pagina della politica padovana.

CONFRONTO IN PIAZZA
Non so se ciò, in assenza di un progetto forte di città (che manca a Giordani come agli altri candidati), riuscirà ad impedire che il Podestà venuto dal contado riconquisti il mandato. Va comunque dato atto a Giordani – il quale non sa nulla di politica e di gestione della cosa pubblica, e tanto meno di come si amministra una città – che tra la gente, nei mercati e nelle piazze, sa muoversi bene. Sa rapportarsi con i cittadini, non è arrogante come il vecchio inquilino di Palazzo Moroni. Ed ha saputo tenergli testa, al mercato dell’Arcella, in un improvvisato confronto. Come gli è capitato ieri, nelle piazze del centro, con Simone Borile, il candidato che i 5 Stelle hanno partorito dopo settimane di tentennamenti e incertezze. Basterà?

(ph: https://www.facebook.com/SergioGiordani2017)

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