«Io, devastato dal videopoker: un uomo a sovranità limitata»

La storia di un piccolo imprenditore padovano: la dipendenza dal gioco, la solitudine in famiglia, la ditta da mandare avanti. E la salvezza da moglie e figlio

«Ancora oggi mi sveglio la mattina e ogni santo giorno il primo pensiero che mi viene in mente è quello di infilare i soldi dentro quella macchinetta. É il segno che sotto sotto sono ancora dipendente, anche se non gioco da un paio d’anni». Marino ha in bocca una sigaretta, ma non la fuma: la aspira, la risucchia, la incenerisce in poche boccate, e la finisce. Poi mette mano al pacchetto e ne vorrebbe un’altra, «ma mi sto dando una regolata». Il nome è di fantasia non solo perché l’uomo, un imprenditore edile del Padovano sulla cinquantina, non vuole «mettere in imbarazzo i familiari» che non hanno mai raccontato a molti degli amici i suoi problemi con le slot, ma anche perché, tra una difficoltà dietro l’altra, è riuscito a tenersi stretta la sua attività.

GLI INIZI
Il suo titolo di studio è geometra, anche se avrebbe voluto «fare architettura». Si scusa. E di che? «É un riflesso condizionato – dice – è come girarsi quando vedi una bella gnocca. Questi baretti, spesso gestiti da cinesi, ti fregano. Hanno la saletta dedicata ai videopoker con un ingresso separato, che ti fa sentire meno la vergogna. Ti danno l’idea di andare al bar e poi ci lasci i centoni». Segue venetissima bestemmia. «Sono uno sconfitto anche se non gioco più. Il gioco s’è preso la mia vita pure avendomi lasciato vivo». Negli anni ‘90 «le cose andavano bene, in quel periodo tutti costruivano schifezze, mentre io mi ero ritagliato la mia nicchia: lavori non tanto grossi ma ben fatti, buoni margini, ho sempre pagato le tasse. Il matrimonio, il figlio che è arrivato un po’ tardi, il negozio di mia moglie che dava qualche soddisfazione. Senza essere ricchi vivevamo bene».

DIPENDENTI DALLA MACCHINETTA
A questo punto la voce si fa affannosa. Sembra scappargli un accenno di pianto. «Nemmeno mi ricordo come e dove ho iniziato, comunque diversi anni fa. La mezzaluna a ridosso del Brenta che da Padova passa per San Martino di Lupari fino a Castelfranco era diventata il mio casinò. Lì ho incontrato una marea di persone. Gente comune, ma anche imprenditori, funzionari statali, Dio solo sa quanti medici. Molti di questi mentre giocavano sniffavano alla grande. Ho cominciato a giocare forte, anche tre, quattro mila euro in una volta. Capisco perché questo giro valga una settantina di miliardi. Anche perché una volta su tre dalla mia esperienza le macchinette non solo collegate al sistema della Agenzia delle Entrate. Immaginate quanta evasione, che giri poco puliti. Una mattina mentre prendevo il caffè ho comperato quasi seicento euro di “gratta e vinci” nascondendoli poi nelle carte del cantiere».

PAURA SALVATRICE
Poi che è successo? «Mi allontanavo sempre di più dalla ditta; la mia fortuna sono stati i dipendenti, che son pochi peraltro, che non mi hanno mai mollato. Ma ad un certo punto, anche per la crisi i nodi sono venuti al pettine. Le banche mi hanno chiesto il conto. La prima volta mi sono affidato ad un mediatore finanziario, suggeritomi in filiale, che stava rivendendo il mio debito ad uno strozzino in odore di mafia. La paura mi ha salvato. Per la prima volta mi sono confidato con mia moglie che già sospettava qualcosa perché il nostro tenore di vita era calato. Le dicevo che c’era la crisi, che i clienti non pagavano».

BUGIE E ANCORA BUGIE
Erano cominciate le bugie, quindi. «Sì, balle balle su balle. Quando lei ha saputo è intervenuta a razzo. Aveva messo via con l’aiuto di suo padre una bella cifretta per mio figlio. Lei e il nonno del ragazzo volevano che lui studiasse economia all’estero. Con quella somma, quasi trecentomila euro, mi ha salvato il culo. Ma poi non mi ha più parlato per mesi. É stata di una durezza inaspettata: per proteggere nostro figlio chiaramente. Avrebbe voluto lasciarmi, voleva divorziare ma è una cattolica credente. Per un po’ le cose si sono sistemate. Tuttavia qualche anno dopo ho ricominciato a giocare forte. Stavo per riperdere la ditta. Il cielo cocciutamente però mi ha mandato il secondo colpo di fortuna: una eredità inaspettata. Ancora una volta dalla banca è partito il consiglio di ipotecare, ad un prezzo irrisorio, l’immobile che avevo ricevuto per coprire il debito. Sono dei bastardi. Per fortuna l’immobiliare è un settore di mia competenza. E sono riuscito a vendere bene. L’ho sfangata per la seconda volta».

DISPERAZIONE
La confessione si fa straziante, di una lucidità spietata: «Mia moglie e mio figlio (che nel frattempo si è laureato in Italia e fa, malvolentieri, il rappresentante, visto che con me non vuole lavorare) gelidamente ed inesorabilmente mi hanno messo la camicia di forza.Per salvare la nostra casa e i beni della srl a me è rimasta solo la gestione, mentre la proprietà, i mezzi, i muri, la strumentazione tutto è stato intestato a mia moglie. Con pochi soldi in tasca per me è stata la disperazione da astinenza. Sono arrivato a rubare i soldi di mio figlio e di mia moglie per poter giocare. Spesso e volentieri dormivo e dormo in una stanzetta che mi son sistemato in capannone perché mia moglie e mio figlio non mi volevano in casa quando sbroccavo. Per mesi e mesi è stato un andirivieni snervante. Da una parte avevo rovinato loro la vita. Dall’altro non mi hanno mai voluto abbandonare. Ho finito per impazzire. Ho pure smesso di credere, ma quello è stato un atto meditato. Così reputo almeno».

VIOLENZA
Erano giorni disperati: «Anche quando giocavo non riuscivo più ad avere alcuno stimolo. La possibilità della vincita non era più ciò che mi portava in quelle sale, ma solo l’istinto a infilare le banconote in quelle fessure. Per provare una sensazione un po’ più forte ho cominciato a tirare di coca, come i medici, gli operai, i carabinieri e i politici locali che avevo conosciuto». L’autodistruzione arrivò a punte estreme: «Un giorno ero completamente fuori di me. Da un po’ di tempo mia moglie non mi si avvicinava più. Senza dirmi nulla, ma senza nemmeno mascherarlo, aveva cominciato una relazione con un altro, anche se lei non aveva abbandonato casa. Da anni non avevo rapporti con lei, il che mi mancava visto che era ed è una gran bella donna. Per vero non avevo rapporti tout-court se non con i cambiamonete. E una sera quando l’ho vista tornare da una festicciola tutta in ghingheri le ho dato della puttana. Ho cominciato a picchiarla. Poco dopo è arrivato mio figlio che prima mi ha staccato da lei, e mi ha letteralmente gonfiato di botte. É stata la mia fortuna. Lo giuro».

ESISTENZA PART-TIME
Una sorta di “sveglia”, dolorosa ma salutare. «Da quel momento le cose sono cominciate a cambiare. Quest’inverno – prosegue Marino – mentre cenavo da solo davanti al fuoco in quella specie di ripostiglio in cui spesso abito, perché mia moglie e mio figlio comunque continuano a tenere le distanze anche se il rapporto ora è civile, ho realizzato che la mia vita sarà così fino alla fine dei miei giorni: con poco denaro addosso, controllato a vista da mio figlio e da mia moglie, invitato in casa quando c’è da parlare di lavoro o di recitare la parte del marito a beneficio di quei conoscenti e familiari che per fortuna ancora frequentiamo. E con la mia consorte che è ormai più una sorella che la mia sposa. Sono un uomo a sovranità limitata. Senz’auto, senza beni, con un telefonino di quelli per vecchi in modo che non mi venga l’uzzolo di giocare on-line. E con i miei dipendenti che, d’accordo con mia moglie, sono i miei veri datori di lavoro del mio che è ormai un impiego part time per una esistenza part time, a mezzo servizio direi».

NESSUNA PRETESA
Ma gli amici? Nessuno. «Se la sono filata quasi tutti. Uno dei miei dipendenti però, che è sempre stata una persona straordinaria, m’ha convinto a contattare un bravo psichiatra dell’Ulss e un prete. Il primo – spiega – è riuscito senza l’uso di una sola pastiglia a tenermi lontano prima dalla droga, poi dal gioco. Il secondo, sebbene io sia diventato ateo, mi ha coinvolto in alcune piccole attività di volontariato che mi fanno stare bene. Con più tempo a disposizione ho riscoperto la bellezza della radio. E delle camminate nei boschi dei colli Euganei o in montagna quando qualcuno mi ci porta». Un sogno per il futuro? «Non ho pretese di riconquistare mia moglie, spero solo che mi perdoni per avere rovinato la vita e in parte a nostro figlio. Spero che quest’ultimo, che per fortuna ha preso da lei, rilevi la mia ditta se vuole. Che giusto per miracolo è rimasta indenne dopo tutte le cazzate che ho fatto. Mi piacerebbe smettere di fumare e vorrei visitare qualche città come Siena e Assisi che non ho mai visto. Magari percorrere un pezzetto della via Francigena. Non ho più alcuna pretesa. In primis da me stesso».

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