Pensieri di un trumpiano pentito

Del Trump che sparava a zero sull’americanismo non c’è più traccia. E’ stato bello finchè è durato. Cioè poco

Mi sono pentito di essere stato trumpiano. Da alcuni giorni guardo il Presidente degli Stati Uniti con occhi diversi e critici, senza più l’illusione che possa incarnare chissà quali speranze. Non perché io sia uno esigente, sia chiaro, ma perché è Trump, a ben vedere, che – prima di me – pare essersi pentito: di essere se stesso. Da cosa lo si evince? Dall’inversione totale della sua politica estera, passata da isolazionista a fieramente intervista nel giro di una manciata di ore. E’ difatti bastata l’accusa mossa ad Assad di aver bombardato col gas, sterminandole, quasi 90 persone, tra cui molti bambini, per convincere l’inquilino della Casa Bianca a fare la stessa identica mossa che Hillary Clinton – non a caso, ora, tutta bella contenta – avrebbe fatto al suo posto: bombardare. Unilateralmente.

Senza dunque neppure aspettare che fossero eseguiti accertamenti indipendenti sulle effettive responsabilità del leader siriano nel crimine poc’anzi ricordato, in perfetto stile yankee e interventista appunto. Un secondo elemento di criticità che per forza di cose del sottoscritto un trumpiano pentito è il progressivo isolamento, nello staff presidenziale, di Steve Bannon, l’ideologo di Trump oggi quasi caduto in disgrazia. Forse perché Bannon è antiglobalista più che interventista? Probabilmente sì. Sta di fatto che The Donald non è più The Donald, come dimostra pure la notizia – spaventosa ma che sta spaventosamente passando sotto silenzio, chiedetevi come mai – secondo cui l’America avrebbe allertato 150mila riservisti. Venti di guerra. Per cui c’è poco da fare: io mi fermo qui.

Il “mio” Trump, quello che quando lo punzecchiavano sulle malefatte vere e presunte di Putin non solo non le mandava a dire, ma sparava a zero sull’americanismo santerello e imperialista («Ci sono molti assassini. Credi che il nostro Paese sia così innocente?»), non c’è più. Come mai? Chissà. Forse The Donald è stato minacciato e accerchiato dalle streghe dell’establishment, forse gli hanno fatto capire che o la presidenza o la vita, chi può dirlo. Sta di fatto che, siccome sono un pacifico e non un pacifista – quindi non un ipocrita che distingue tra bombe cattive e ad alto quoziente intellettivo – non posso stare dalla parte di chi lancia 60 missili contro un Paese straniero. Magari domani Trump tornerà ad essere se stesso e il mio pentimento svanirà, ma per ora c’è solo molta delusione. Perché è stato bello, anzi bellissimo finché è durato. Ma quanto poco è durato, porca miseria.

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