Danni a BpVi, e le responsabilità di Iorio e Bankitalia?

L’atto di citazione contro ex amministratori e controllori segna un punto di svolta. Anche se non basta

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Con l’atto di citazione contro i passati amministratori, dirigenti e sindaci, nonché con il relativo successo della proposta di transazione rivolta ai soci, possiamo dire che è nata la nuova Banca Popolare di Vicenza ed è iniziato il percorso che dovrà portare alla nuova banca risultante dalla fusione di BPVi e Veneto Banca.

Da quello che si sa l’atto di citazione non è stato un adempimento formale della delibera assembleare del 13 dicembre 2016. Il processo istruttorio interno dev’essere stato accurato assai, se ha portato a ipotesi, conclusioni e notizie che era più normale attendersi dalla magistratura, che sta indagando da mesi.

Si può dire che il contenuto di questo atto segna una cesura netta con il passato, tutto il passato, però, non solo quello che finisce nel maggio del 2015, ma anche quello che continua e si esaurisce il 4 dicembre 2016 con le dimissioni del consigliere delegato Francesco Iorio.

Io comprendo bene le ragioni per cui non è stato preso in considerazione questo periodo, e tuttavia è noto che proprio allora è maturata la catastrofe della banca. Era inevitabile? Non si poteva proprio far niente? Era già tutto scritto? Può anche darsi, ma allora i toni trionfalistici, che venivano usati, o derivavano da incompetenza o dal desiderio di tener nascoste le reali condizioni dell’istituto. In nessuno dei due casi si giustificano le laute prebende con cui è stato premiato il Consigliere Delegato. Sicuramente non nel primo caso. Preferisco non pensare al secondo caso, onde star lontano da ogni tipo di pur plausibile complottismo.

Trovo invece assai giusto che vengano chiamati in causa la società di revisione KPMG S.p.A. e «i soggetti e le persone fisiche responsabili della revisione». Se è vero, come a tutti appariva e come ora conferma anche l’atto di citazione, che il vero «dominus» della banca era Zonin, che niente si faceva che lui non volesse, la responsabilità dei singoli consiglieri ne esce assai ridimensionata proprio dal fatto che un’importante società di revisione avallasse tutto quanto veniva fatto. Avesse anche un singolo consigliere voluto manifestare perplessità o contrarietà, e non era certo facile, avrebbe potuto essere messo a tacere proprio in forza dell’autorevolezza della società di revisione.

Per non parlare, poi, del ruolo di Bankitalia. Il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervenendo alla fine del mese scorso a un incontro a Milano sul tema “La ricchezza della nazione, educazione finanziaria e tutela del risparmio”, excusatio non petita, ha sostenuto che la «vigilanza» non può «sostituirsi ai risparmiatori nelle scelte che sono chiamati a fare per l’allocazione della propria ricchezza». E ha aggiunto che l’azione della vigilanza minimizza ma non può annullare la possibilità che una banca entri in crisi (anche per effetto di comportamenti illeciti, oltre che imprudenti).

Certo, come no? Tuttavia continuare a ritenere una banca “di elevato standing”, polo aggregatore e risanatore di altre realtà, fino a pochi mesi prima che una ispezione della Bce trasformasse quella medesima banca in un problema sistemico da doversi discutere a livello europeo, non è minimizzare, anzi! E come poteva l’eventuale consigliere dissidente, o soltanto dubbioso, esprimersi a dispetto di una tale copertura che veniva proprio dall’Istituto di vigilanza?
Tutte attenuanti, queste, di cui la magistratura non potrà fare a meno di tener conto.

All’offerta di transazione hanno aderito, al netto delle posizioni irrintracciabili, il 72,9% dei soci interessati, portatori del 70,3% delle azioni. Non è un risultato pieno (80%), ma vi si avvicina molto; 66.712 sono i soci che hanno detto di sì. Lo sforzo della banca, dei singoli dipendenti, è stato immane. Ne andava della sopravvivenza. E molti erano quelli che irragionevolmente remavano contro, spesso per motivi non nobilissimi. E tuttavia nel corso del mese di marzo vi è stato un significativo deterioramento della situazione di liquidità, come rileva la “Relazione sulla gestione al 31/12/2016”.

È come se si volesse mantenere in vita la banca, facendole però mancare l’ossigeno. Una cosa è certa: se non ritorna un minimo di fiducia, nessun aiuto potrà bastare. E per Vicenza e il Veneto sarebbe un altro disastro.

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