«Eccessivo dirigismo di Zonin»: così Cappelleri nel libro-inchiesta

La ricostruzione del crac delle popolari venete nell’instant book di Vanni e Greco, giornalisti di Repubblica. In cui si legge qualche “inedito”

Condividi
Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on LinkedInEmail to someone

«Siamo già alla seconda ristampa dopo due settimane dall’uscita», dice soddisfatto Franco Vanni, giornalista di Repubblica che con il collega Andrea Greco ha firmato “Banche impopolari. Inchiesta sul credito popolare e il tradimento dei risparmiatori” (Mondadori). Un libro che ha il pregio di riassumere senza tecnicismi la complicata materia della riforma Renzi delle banche popolari e della storia, molto meno complicata perchè spesso di solare evidenza, di evoluzioni, involuzioni e perversioni di un modello bancario, quello mutualistico, al tramonto. Più in particolare, ed è la parte che più interessa qui, illuminando – anche con qualche inedito – la ricostruzione dei crac di Veneto Banca e di Popolare di Vicenza.

DISAGIO DI MASSA
Dopo aver ricordato il suicidio di Antonio Bedin, pensionato di Montebello vicentino sparatosi al petto il 15 giugno 2016, punta dell’iceberg di un disagio esistenziale che l’azzeramento del valore azionario dei due istituti ha generato soprattutto fra gli anziani, gli autori dipanano in sequenza i momenti che danno il quadro del disastro finanziario, economico, sociale e morale del Veneto nell’era di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli. Anzitutto il dossier Bce dopo l’ispezione del 2015, che ha fatto emergere l’irregolarità di metà dei profili Mifid e il valore gonfiato dei titoli (fissato per la BpVi dal professor Bini secondo il metodo Ddm, basato sui dividendi attesi, che erano autoreferenzialmente forniti dalla banca stessa).

BACIO DELLA MORTE
La formula magica che ha permesso di superare gli stress test della Bce, ovvero la ricapitalizzazione attraverso il finanziamento dell’acquisto di azioni tramite prestiti concessi dall’istituto (“operazione baciata”), viene approfondita con la voce di Roberto Rizzi, che per più di vent’anni, fino al novembre 2015, ha seguito il portafoglio titoli di grandi soci della BpVi, quasi tutti vicentini. «Per chiudere gli affari andavamo in qualche bel ristorante, in città o poco fuori. Oppure arrivavamo in auto direttamente dal cliente. Spesso alle cene, oltre a me, c’erano sia Sorato sia Giustini (l’ex direttore generale ed ex vicedirettore generale, ndr). Sorato e Giustini, alla mia presenza, proposero operazioni baciate a grandi clienti. Con alcuni si andava a cena tre o quattro volte l’anno. Io ero lì, ascoltavo. Poi aspettavo che venissero in sede a Palazzo Thiene per le firme». Dopo il via libera del cda, partiva l’iter, che nella sua dinamica (istruire i responsabili di filiale e dare le indicazioni – o pressioni – alla rete commerciale) è confermato dalla relazione della Consob del 14 novembre 2016. E anche dalla stessa banca, nell’audit del 21 agosto 2015 che mette nero su bianco le responsabilità gestionali, in cui si legge appunto del «metodo Rizzi» (il quale ribatte: «non avevo margine d’azione. I tassi erano discussi dal vertice, non da me. In più, nessuno dei miei clienti è riuscito a vendere una sola di quelle azioni. E io dalle operazioni non ho guadagnato un euro»). Con il giochetto delle “baciate” si arriva alla cifra-monstre, per BpVi, di quasi 1 miliardo di euro di capitale finanziato secondo una prassi considerata illecita, per esempio dall’Antritrust che nel settembre 2016 ha sanzionato la Popolare berica per il periodo 2013-aprile 2015 (ma la difesa di Consoli, per Veneto Banca, la ritiene invece in linea con il regime delle popolari…).

RITORNO AL PASSATO
Ma nel ventennio zoniniano a Vicenza gli attori sono stati anche extra-bancari, nel “sistema”. L’Adusbef, con il presidente Elio Lannutti e il vice Antonio Tanza, negli anni in vari esposti hanno puntato il dito contro le corresponsabilità di chi doveva vigilare (Banca d’Italia e Consob) e di chi avrebbe potuto, o secondo loro dovuto, punire: la magistratura. Che invece negli anni Duemila si produsse in una serie di archiviazioni a favore di Zonin e altri ex amministratori. Tanza assiste Cecilia Carreri, la ex gip che nel 2002 aveva chiesto l’imputazione coatta per l’ex presidente BpVi. La quale nel libro ripete quanto già espresso in altra occasione su Vvox: «se la procura mi avesse lasciato lavorare, oggi i risparmiatori della banca non sarebbero in questa situazione. Zonin andava fermato nel 2002, ma al tempo non era nemmeno immaginabile».

PARLA IL PROCURATORE
Qui si inserisce una dichiarazione inedita del procuratore di Vicenza, Antonino Cappelleri, a proposito del potere di Zonin: «Già nell’inchiesta del 2001… risulta evidente come il presidente elargisse denaro tramite la banca ai propri familiari, con triangolazioni garantite della stessa Popolare attraverso altre banche. Erano operazioni di cui il management di BpVi era a conoscenza, ma nessuno aveva la forza nè tanto meno la volontà di opporsi al presidente. Anche nel 2008 le critiche mosse da Banca d’Italia alla Popolare di Vicenza riguardavano soprattutto l’eccessivo dirigismo del presidente, che da solo determinava la politica della banca. Ed è una storia di comportamenti abusivi, in molti casi intenzionali. Tengo a precisare però che nessuno degli elementi che ho qui riassunto ha mai portato a una richiesta di rinvio a giudizio. E in ogni caso questi rilievi non rientrano nell’indagine attualmente in corso a Vicenza». Fra assunzioni di ex giudici, ex finanzieri, ex dirigenti di Bankitalia, ex prefetti, isolando letteralmente nel silenzio gli sparuti dissidenti (come Maurizio Dalla Grana), con Roma che da Palazzo Koch benediceva l’ascesa e spingeva per la fusione con Veneto Banca, si arriva all’oggi, con Zonin che considera la sua una condotta irreprensibile e cita la sua stessa ex banca accusando direttamente Sorato e Giustini (che dal canto loro rigettano la responsabilità sull’ex presidente e sui soggetti deputati al controllo), e la BpVi che chiede danni ai suoi ex vertici, Zonin in testa, per 2 miliardi di euro.

ASSEMBLEE BULGARE
Indagati come a Vicenza per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, i quindici ex amministratori di Veneto Banca, a cominciare dall’ex dg e ad Vincenzo Consoli, sono accusati degli stessi meccanismi. Che avevano la loro origine “ambientale” nella gestione della “democrazia” delle annuali assemblee, ben descritta dal socio Loris Gallina: «Eravamo come addomesticati. Ci sedevamo in buon ordine e ascoltavamo l’introduzione di Vincenzo Consoli su come tutto andasse per il meglio. Poi toccava ai politici intervenire. A seconda degli anni, c’erano Maurizio Sacconi, Luca Zaia, Giancarlo Galan. Erano lì per confermare che la nostra era la miglior banca possibile, e che il territorio doveva essere grato a Consoli e al presidente Flavio Trinca. Poi ci venivano presentato numeri di cui capivamo poco». Poi si votava per alzata di mano, in modo palese, con un ovvio ed evidente condizionamento per chi avesse voluto dissentire.

ORGOGLIO VENETO?
Ma di dissensi ce n’erano pochi, spiegano Vanni e Greco, per alcune ragioni sostanziali che valgono per entrambi le due ex popolari venete. Tutto faceva pensare al socio più ignaro (anche per colpa della nostra categoria, dei giornalisti-maggiordomi) che le cose andassero a gonfie vele, fin dagli inizi negli anni ’90: la resistenza a ogni aggregazione extraveneta al motto campanilistico “il Veneto ai veneti”, le acquisizioni di piccole banche decotte, la crescita dimensionale, la fusione fra le due che sembravano vivere benissimo da sole (in realtà mai avvenuta per rivalità fra Zonin e Consoli), il titolo che saliva e si teneva alto mentre le banche quotate lo vedevano scendere. Ma, scrivono i colleghi di Repubblica, lo status di non quotate (che significa meno concorrenza e meno trasparenza), l’aver salvato i bilanci delle aziende, o almeno di alcune aziende, sfondando quelli delle loro banche, erogando credito che con la crisi non è più tornato indietro (generando l’ammasso di “sofferenze” da smaltire), spesso in funzione del potere sul territorio e a condizioni troppo favorevoli (underpricing), hanno a un certo punto fatto saltare il gioco dei dioscuri di BpVi e Vb, Zonin e Consoli, più esattamente quando il controllo diretto è passato alla Bce. In quel momento, ovvero nel 2015, «inizia la resa dei conti finale», scrivono Vanni e Greco. Che continua tuttora, in attesa dei maxi-processi penali e dell’esito delle azioni di responsabilità civili (partita a Vicenza, non ancora a Montebelluna).

Tags: , , , ,

Leggi anche questo

  • giancarlo

    Questa descrizione dovrebbe far meditare che si illude che essere veneti comporti onestà e correttezza nei confronti di chi vive e opera nella regione. Come ha affermato Stella mesi fa, mi sembra nel Corriere della Sera, è una vicenda di veneti che hanno fregato altri veneti.

  • adriano verlato

    Solo per dire che ‘ eccessivo dirigismo’ da parte di Zonin è edulcorare la realtà. Zonin è stato un despota che ha tenuto in pugno la Banca, gli Amministratori, i Sindaci e tutte le assemblee dei soci che
    si sono succedute in un quasi ventennio. Diamo a Gianni quello che è di Gianni.