Dubbio pasquale: il veganismo è compatibile con il cristianesimo?

Gesù era carnivoro. La Sua carne è addirittura il centro della fede eucaristica. E allora le polemiche sugli agnelli sanno un po’ di nichilismo

Il Triduo Pasquale ci permette di avvicinarci con più assorta concentrazione alla lettera del Vangelo. Per quanto sui banchi di chiesa si cerchi di elevare lo sguardo, inevitabilmente, i pensieri finiscono per fondersi con l’esperienza quotidiana e le tematiche di attualità.

La Domenica di Pasqua, dopo la resurrezione dal sepolcro, al termine di quelle poche ore misteriose e grandiose che potrebbero attribuire o privare di significato tutto ciò che è venuto prima e tutto ciò che è venuto dopo, un Cristo umanissimo si presenta in carne ed ossa agli undici riuniti a Gerusalemme, affamato, come svuotato da un’impresa sportiva estrema. Chissà quale scossa era stata per la sua carne, vera e sfinita dal martirio, il lampo della Resurrezione. Il Risorto non chiede olio di oliva o semi di quinoa ma pesce arrostito che divora davanti ai suoi discepoli, stupefatti ed increduli.
Questa stupenda pagina di Luca si aggiunge alle molte altre del Nuovo Testamento in cui Gesù, Dio e figlio di Dio beve e fa bere vino, mangia e fa mangiare carne. Gesù non solo è un carnivoro ma ci conduce perfino alla vertigine del mistero eucaristico: “questo è il mio corpo, prendete e mangiatene tutti”.

Inevitabile si imponga un interrogativo che riguarda la crescente diffusione della filosofia e pratica veganista, spesso proprio tra persone di animo nobile e sensibilità spiccata, potremmo dire “religiosa”. Il veganismo si basa sul pensiero antispecista che ritiene sempre immorale uccidere gli animali per nutrirsene o impiegarli per la nostra utilità. Un veganista, dunque, non può che considerare il comportamento di Gesù immorale. Ma giudicare immorale l’azione di Dio, sia detto con tutto il rispetto, non è forse blasfemo per un cristiano? Non è un atto di superbia contro Dio? In altri termini, come è possibile conciliare il veganismo con la fede cristiana?

Ovviamente, la prospettiva non è laica, riguarda i credenti, non è in discussione la libertà per un non credente di darsi i riferimenti morali che più gli aggradano, se è vero che ciò che si pensa  sulla Chiesa, se non lo si pensa dentro la Chiesa, è privo di interesse. Semmai, un problema laico potrebbe risiedere nel tentativo in corso, recente è il caso Boldrini, di restringere la libertà altrui di nutrirsi di carne imponendo la dittatura della correttezza politica. Ma è altra cosa.

Non è nemmeno in discussione l’amore ed il rispetto per gli animali, che non è mai stato in contraddizione con il loro allevamento, anzi, e la condanna di chi li maltratta. Ovvia. Ricordo come il mio papà amava gli animali in modo perfino comico, tanto da far operare d’urgenza dal veterinario un’oca azzannata dai cani, rimettendoci mezzo stipendio. Ciò non gli impediva di avere come piatto preferito il lesso di manzo con le uova, il formaggio ed il tonno, tutti assieme, che gustava con il suo adorato cagnolino accovacciato sui piedi. Ognuno di noi conosce di queste storie.

Neppure è materia del ragionamento la libertà per un cristiano di organizzare la propria dieta secondo le proprie preferenze o necessità fisiologiche, tanto che l’astinenza dalla carne fondata sulla rinuncia è considerata, in certi periodi liturgici, addirittura virtuosa. Semmai, ci sarebbe molto da discutere sull’affidabilità della cosiddetta scienza medica nutrizionistica e di molti dietologi di successo.

Il solo oggetto del nostro dubbio pasquale è la compatibilità del veganismo con il cristianesimo in ragione di quella irrimediabile condanna morale del nutrirsi di animali o di usare gli animali per necessità o utilità, un divieto categorico che porterebbe nuovamente sul banco degli imputati di un novello Sinedrio, inesorabilmente, nientepopodimeno che il figlio di Dio incarnato, fatto uomo, un uomo che si nutre molto volentieri, appunto, di carne, al punto di diventarne egli stesso “produttore” negli episodi della moltiplicazione dei pani e dei pesci, e della pesca miracolosa.

Nel momento in cui qualcuno ritiene che si sia aperto con le ideologie alimentari l’ennesimo capitolo del processo di “cupio dissolvi” della cultura occidentale in atto almeno dalla metà del Novecento, di “decostruzione della cultura occidentale” per dirla con Andrew Michta, si sente perciò quanto sarebbe prezioso che la Chiesa si esprimesse chiaramente sul tema, evitando di dare l’impressione di flirtare ancora una volta con la moda, con il sentimentalismo relativista, in questo caso antiumanistico.

E’ difficile negare che certe ideologie assomiglino in molti casi a forme di neo-paganesimo o, addirittura, di nichilismo. Molti non pensano, infatti, che la diffusione della filosofia veganista condurrebbe non tanto al fallimento dell’industria casearia, quella si riconvertirebbe al tofu, bisogna pur nutrirsi, quanto alla negazione dell’esistenza di miliardi di animali che oggi vengono al mondo soltanto perché utili all’uomo e vivono, parliamo per esperienza diretta, una vita che gli stessi umani avrebbero da invidiare.

Siamo al paradosso per il quale l’amore per gli animali si tradurrebbe nella loro estinzione, nell’amore della loro sola idea astratta. Ma non è novità. In fin dei conti, anche gli idolatri del vitello d’oro adoravano la sua icona metallica, il suo simbolo, non la sua carnale consistenza. Tutto sarebbe cambiato solo con la prodigiosa venuta del Dio incarnato, fattosi uomo in una mangiatoia, confortato dal calore animale di un bue ed un asino, venerato da umili pastori di greggi, e destinato ad elevare il sacrificio dell’agnello pasquale a simbolo di redenzione dell’intera umanità.

 

(ph: http://www.italianosveglia.com)

Tags: , ,

Leggi anche questo